IL DITTATORE GENEROSO

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Erano le 8.05 del mattino e il telefono si illuminò e cominciò a suonare, come tutte le mattine. Era la solita comunicazione istituzionale che la “Commissione dell’armonia” trasmetteva a tutti i cittadini a quell’ora, di ogni giorno. L’orario era stato scelto per l somma tra 8 e 5 che, facendo 13 era bene augurante. E per questa ragione rientrava pienamente nella “politica della fortuna armonizzata e collettiva”, che era stata avviata per consentire al Paese e ai cittadini successo e prosperità.

Era già finita l’era del “buon Paese”, della “rinascita” e della “resilienza”. Adesso era il momento della “fortuna armonizzata e collettiva”. La “sveglia civile” era stata decisa nell’ultimo provvedimento del Commissario nazionale, proprio per favorire il successo al progetto. Lo avevano proposto gli esperti che avevano dimostrato che il Paese funziona ed è prospero se i cittadini seguono, tutti insieme, lo stesso ritmo di vita.

Così, sin dalle prime ore del giorno, ogni “cittadino della fortuna”, come si chiamavano adesso gli abitanti, sapeva di non essere più solo. Sin dal mattino il governo pensava a lui e gli inviava la sveglia che associava a un messaggio personalizzato, sulla base dei suoi gusti e delle sue frequentazioni.

La decisione era stata presa dopo un dibattito sereno, decidendo di escludere i lavoratori notturni, che sarebbero stati espressamente autorizzati.

La politica ormai aveva trovato il giusto equilibrio. Le “Camere per il dibattito civile e costruttivo” avevano sostituito il Parlamento che risultava costoso e fonte di inefficienze. Adesso le nuove Camere erano composte da rappresentanti nominati dal governo, a cui spettava il compito di individuare gli esponenti dell’opposizione, scegliendoli tra le persone che avevano fatto richiesta, in modo da assicurare la “partecipazione diretta”, senza la mediazione dei partiti che nell’era precedente risultavano litigiosi e fonte di conflitti.

Ormai si puntava direttamente alla felicità. E la fortuna era assicurata a chi sapeva sorridere e condividere le “decisioni sociali”. Gli esperti avevano dimostrato che un Paese ordinato e rispettoso delle stesse prescrizioni assicura un abbassamento della spesa pubblica e l’innalzamento del PIL. Quindi tutti sapevano che dovevano semplicemente “farsi guidare”.

Ma non era certo una dittatura. Ciascuni cittadino era libero di pensare ciò che voleva e di rappresentarlo all’interno di sistemi informatici che raccoglievano ogni proposta e la inoltravano alla “Commissione per il dissenso”. Una istituzione che garantiva la partecipazione libera e consapevole alla vita sociale e raccoglieva ogni istanza, direttamente, senza le antiche mediazioni che poi portava al Commissario nazionale perchè ne valutasse l’attuazione.

Si era resa necessaria l’istituzione di un Commissario al di sopra delle istituzioni proprio perchè il vecchio sistema dei partiti e del Parlamento non riusciva ad assicurare il funzionamento del Paese.

Il passaggio non fu traumatico. Avvenne in modo assolutamente sereno e partecipato. Un gruppo di esperti aveva dimostrato che i contrasti politici rappresentavano un appesantimento della vita democratica e comportavano un importante voce di costo che il Paese non poteva sostenere. La decisione era stata adottata all’unanimità da tutti i partiti, dopo le ultime “elezioni efficienti”  avvenute con metodi matematici e moderni mediante l’utilizzo dei social network che lo stesso governo aveva istituito con la creazione di un’applicazione chiamata “fortunapp” collegata a una lotteria settimanale.

Quella mattina però la sveglia emise un suono diverso. Lo faceva tutte quelle volte che il Commissario nazionale doveva comunicare una nuova decisione.

Insieme al messaggio di “benvenuto alla fortuna giornaliera” e alla comunicazione dei fortunati vincitori della settimana, c’era una nuova disposizione: dalla settimana prossima tutti i cittadini, alle 9.04 (la somma faceva sempre tredici) avrebbero dovuto recarsi presso la “casa della salute pubblica” per un’ora di “ginnastica felice” con l’obbligo di indossare una tuta di colore marrone.

Il commissario nazionale informava che la partecipazione era da ritenersi quale segno di civiltà, che la puntualità era una testimonianza di rispetto verso gli altri e che l’utilizzo della tutta dello stesso colore era un segno di apertura all’uguaglianza. Era certo che tutti avrebbero aderito con spirito democratico e solidale. La partecipazione non era obbligatoria, ma vivamente raccomandata. E chi non avesse partecipato avrebbe dovuto recarsi, ogni giorno, alla stessa ora, presso la “casa del disagio” dovresti avrebbe potuto esporre le proprie ragioni, sempre avendo cura di indossare la tuta della solidarietà.

Quella decisione turbò qualcuno che, a quell’ora del mattino, preferiva sentirsi libero di scegliere cosa fare e dove andare. Qualcun altro trovò che fosse una vera imposizione e una omologazione fastidiosa quell’obbligo di indossare tutti la stessa tutta.

Montò la protesta, tutti scesero in piazza il giorno stesso dell’avviso. e si muovevano scomposti cercando interlocutori a cui manifestare il proprio dissenso. Qualcuno, per protesta distrusse il telefono in cui riceveva le comunicazioni istituzionali, qualcun altro si arrampicò su un albero per farsi sentire meglio, un altri ancora decise di girare nudo per opporsi all’obbligo di vestirsi allo stesso modo.

Più in là altri provavano le nuove tute cercando di acquistare le migliori prima degli altri.

Da lontano si sentì la voce di un tizio che protestava e diceva che non era d’accordo con quella decisione. E che avrebbe portato la protesta fino al Commissario nazionale. La folla lo seguì numerosa fino al palazzo governativo. E la pressione fu così forte che il Commissario decise di ricevere una delegazione.

Si aprirono i portoni del palazzo e fu accolto un gruppo di manifestanti con la promessa di essere ricevuti e ascoltati.

La folla rimase in attesa per due ore finché le porte si aprirono  e i manifestati uscirono sorridenti. Uno di loro prese un megafono e disse. “Cittadini della fortuna, siamo stati ricevuti dal Commissario nazionale a cui abbiamo rappresentato le ragioni della nostra protesta. Il Commissario ci ha ascoltato e poiché gli sta a cuore l’armonia del Paese ci ha concesso di accogliere una delle nostre richieste. Dunque, non saremo obbligati a trovarci alle 9.04, tutti con la stessa tuta!”

La folla urlò felice. Qualcuno si rammaricò per avere già comprato una tuta nuova di zecca del colore indicato nel messaggio.

Un tizio qualunque, senza alcun ruolo specifico, si rivolse a un giovane che esultava e gli disse: “ma non ha accolto la nostra richiesta! Saremo comunque costretti a recarci tutte le mattine alle 9.04 presso la casa della salute! perchè esulti?”

“Ma che dici?” – ribattè quel giovane – io ho studiato economia e statistica. Tu non capisci. Ti spiego. la negoziazione puntava su due richieste e una di queste è stata accolta. Dunque il negoziato è stato vantaggioso. Abbiamo ottenuto un successo pari al 50% che, secondo il diagramma di Perkel è da considerarsi tra le migliori prospettive perchè si colloca nel doppio quartile dei vantaggi, tra quelli auspicati e quelli ottenuti. Inoltre, se mettiamo nell’asse delle ascisse il tempo di risposta, rispetto alla richiesta, si raffigura una iperbole che dimostra la linea dei vantaggi in rapida ascesa. È stato proprio generoso! ”

“Grazie! Grazie! Grazie!” interruppe la folla osannante

 

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