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Sull’onda della moda del “management pubblico”, sostenuta dal convincimento del funzionamento assoluto delle imprese private rispetto a quelle pubbliche, mentre fallivano tutte le più grandi ed erano sostenute dalla finanza pubblica e buona parte delle risorse dei contribuenti sono finite nel finanziamento degli “errori bancari”, qualcuno ha pensato di sentirsi originale (e ancora ci crede) pensando che il rapporto tra la P.A. e i cittadini è come quello tra un azienda e i suoi clienti.
E così, come accade in un Paese senza una seria guida amministrativa, si è partiti all’insegna della “customer satisfaction”, dei questionari sul gradimento, della ridefinizione dei cittadini come clienti e via dicendo. È apparsa così un’orda barbarica, “armata di ignoranza diffusa, accresciuta dalla spocchia di un “sapere” fatto di formule, ma senza alcuna cultura. E soprattutto senza alcuna conoscenza e rispetto per il ruolo delle pubbliche amministrazioni.
Consulenti ed esperti di economia aziendale, senza alcuna esperienza, nè di direzione, nè di azienda, ancor meno di pubblica amministrazione, hanno invaso ogni ambito accademico promettendo organizzazione, efficienza ed economicità, che ancora aspettiamo di vedere. Ma soprattutto (ecco la trovata) questi pensatori dal pensiero assente hanno trovato la quadra nella previsione di un sistema che a loro appariva nuovo e rivoluzionario: una pubblica amministrazione che, al pari delle aziende, deve conseguire la soddisfazione dei cittadini. Ma che bello! Nemmeno i fratelli Grimm sarebbero arrivati a pensare una storia con un fine così lieto.
E dunque, già si immaginavano i cittadini con le pagelle in mano per dare i voti sul gradimento agli uffici. E gli uffici che, temendo questi giudizi, si mettono a sgobbare come mai prima. Un modello così semplice che manifesta tutta la semplicità e grossolanità del pensiero di chi lo partorisce e ancora lo porta avanti.
Basterebbe dire loro, sempre che abbiano il vezzo di ascoltare, che questo metodo, di accontentare i cittadini, è antico come il Cucco. In Italia abbiamo vaste aree in cui sindaci “soddisfacenti” non hanno mai notificato gli accertamenti per la TARSU o per la TOSAP o per altre forme di imposizione, così fastidiose da compromettere il senso di “satisfaction” che deve alimentare il rapporto tra cittadino e istituzioni.
Ebbene, nell’intento di sostituire la rappresentanza politica (strumento obsoleto) con le moderne lobbies e per essere sicuri che la popolazione possa esprimersi al meglio hanno pensato di individuare dei soggetti “portatori di interessi” che hanno chiamato “stakeholder”. Come se non esistessero le rappresentanze nei consigli comunali e provinciali e regionali. E poi, per risparmiare, hanno pensato di sopprimere i consiglieri provinciali, tanto bastano gli stakholders.
Peccato che, nella loro ignoranza enciclopedica, non hanno pensato che i consiglieri sono espressione della popolazione, mentre gli stakeholders sono espressione di specifici interessi privati. Persino il presidente dell’ANAC, Cantone, ha affermato di avere sentito gli stakeholder per la stesura del Piano anticorruzione, tradendo lo stesso piano che invece contrasta il conflitto di interessi privati con quello pubblico. Insomma, nel modello agognato dal nuovo catechismo manageriale, il cittadino se vuole contare deve sentirsi cliente e farsi rappresentare da qualche lobbie che lo accolga. La scelta di trasformare i cittadini in “clienti” non è causale, nè neutrale: il cittadino ha diritto di rendicontazione su attività e organizzazione della PA e lo fa come portatore di interesse pubblico. i clienti, invece, hanno solo diritto sul prodotto finale e sono semplici portatori di interessi individuali.
Forse è una roba troppo complessa per le menti imbottite di fogli di calcolo e grafici, ma questo è il modello sociale che caratterizza una vera democrazia. Le pubbliche amministrazioni, qualcuno glielo dica ai soloni de’ noantri, sono un soggetto di “regolazione sociale”, non di produzione. Non vendono prodotti a clienti, ma assicurano il valore sociale della convivenza pacifica e della promozione e tutela delle garanzie e dei diritti.
E per fare questo, non solo “realizzano”, ma sanzionano, regolano, ecc. Vi immaginate un cittadino fermato perché passa con il rosso, intervistato sulla sua “customer satifaction”? Il cittadino, in un sistema democratico, non deve essere “soddisfatto”, ma tutelato. La tutela è una forma più elevata di “soddisfazione” (per farlo capire a quei signori digitali) che non si compone del compiacimento del singolo, ma dell’attuazione dei principi e dei valori delle convivenza civile, fatta di diritti e di doveri, di servizi da acquisire e di obblighi comportamentali.
La pubblica amministrazione è una macchina interessante e complessa e non si può semplificare in poche formule per renderla comprensibile a chi non riesce. Sarebbe come giocare a poker solo con le figure. Semplificare ciò che è complesso non è un’operazione da menti elevate, ma da persone stupide: le complessità bisogna studiarle e governarle, non ignorarle. Ricordo la frase di un professore di una università del nord che ancora gira facendo danni nelle pubbliche amministrazioni: “tutto si può semplificare e misurare, anche le pubbliche amministrazioni e ciò che non si riesce a fare entrare nel formule non interessa”.
Siamo ancora nelle mani di questa gente. Possiamo liberarcene, semplicemente chiamandoli a usare la logica, il terreno che preferiscono di meno.
E non parlate loro di “etica”. vi direbbero che si tratta di roba antica e superata…. e poi, per dirla come farebbe il mio amico, “non si può misurare”, quindi non conta.
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