UN ERRORE CERCARE VINCITORI E SCONFITTI

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Semmai, se proprio si vuole cercare con attenzione, il vero sconfitto è l’istituto del referendum. Non per la sua natura, che rimane nobile e utile, ma per l’uso strumentale da parte di chi, non avendo la forza politica di vincere e convincere, sposta la partita dove il gioco appare più accessibile. E se non funziona, non serve cercare interpretazioni di consolazione affermando che se non si è vincitori, comunque gli altri sono sconfitti.

Sappiamo bene che nel nostro Paese è particolarmente numerosa la schiera di chi è radicalmente convinto di avere sempre ragione e di essere sempre dalla parte del giusto, fino al punto da considerare sbagliata a ingiusta ogni eventuale posizione diversa. E se la realtà restituisce un risultato non gradito, è la realtà ad avere sbagliato o gli elettori a non avere capito o comunque c’è un complotto da qualche parte che impedisce di vincere.

Sarebbe più saggio accorgersi che gli italiani hanno problemi reali, molto più pressanti della semplice contesa politica per il potere, che la chiamata al voto è un gesto importante, ma che non può essere svilito per regolamenti di conti all’interno dello stesso partito e nemmeno per spingere al voto su quesiti referendari, ma intendendo che il significato vada altre il contenuto delle schede.

Insomma, non si può fare politica sempre ed esclusivamente lanciando sfide. E poi, quando vanno male, ritirando la posta. Abbiamo il record assoluto delle consultazioni referendarie: 77 in 75 anni, con la Francia a 10, la Germania a 3 e la Spagna a 5.

Il nostro Paese ha bisogno di ritrovare un clima di pace sociale, di armonia intergenerazionale, di intesa istituzionale, di speranza di benessere o di miglioramento della qualità della vita. Sono temi lontani per chi vive nei salotti della politica ed è animato solo dal desiderio adolescenziale di ritornare a governare, di sconfiggere gli avversari, di vendicarsi di vecchie sconfitte. Ma questi sono solo argomenti che minano ogni possibilità di società civile.

La politica ha lo scopo di creare visioni e raccogliere consensi, non di creare fazioni e chiamare allo scontro. Per quello non serve un sistema democratico e le sue istituzioni. E non servono la storia e i sacrifici che ci hanno portati fino a qui.

Dunque, dopo l’ennesima dimostrazione di “inutilità” di utilizzo del referendum per finalità diverse, vale la pena di smetterla di giocare con i numeri e cercare nei calcoli ciò che nella realtà non si è capaci di trovare.

Si trattava di una consultazione, non di uno scontro. Quindi non ha perso nessuno. Semplicemente è stata espressa un’opinione, all’interno di un sistema democratico che deve consentire libertà di opinioni, senza patenti di vincitori e sconfitti o di migliori e peggiori.

Cercare significati diversi sulla partecipazione al voto è davvero un esercizio degno di chi non vuole o non ha la capacità di esercitare con consapevolezza il proprio ruolo politico. Che è quello di aggregare su progetti e prospettive, non su conflitti e risse.

Peraltro, mi sia consentito, in questo gioco al contrasto, si registra un grave danno: quasi la metà dei votanti (che alcuni descrivono come tutti appartenenti all’opposizione) ha respinto la proposta di ridurre i tempi per la cittadinanza.

Personalmente me ne rammarico, ma non posso non attribuire gravi colpe a chi, giocando con i referendum e utilizzando qrgoimenti nobili per fini diversi, adesso, con questo esito, potrebbe avere reso difficile affrontare i temi dello “Jus soli” o altre iniziative per la regolarizzazione di quegli italiani che lo sono di fatto, ma non di diritto.

Insomma: una brutta storia la cui responsabilità è tutta a carico di chi usa urne e piazze per tenere alto il livello dello scontro. C’è da sperare che si accorga che così arriva a livelli sempre pi bassi la partecipazione politica. Che non può essere solo la risposta alle adunanze, ma la possibilità di esprimersi, di sperare di essere ascoltato e di contare, al di fuori delle semplici contese di bottega

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