La protesta delle parole

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Ci fu un gran vociare e si raccolse un capannello di gente sempre più numerosa intorno a un circolo dove l’atmosfera si faceva pesante.
Un signore domandò che cosa fosse successo. “E’ una manifestazione di protesta organizzata dalle parole”.
Non si era mai sentito prima. Le parole, stanche di essere utilizzate e sfruttate con leggerezza erano scese in piazza. E volevano rivendicare i loro diritti, una volta per tutte, minacciando altrimenti di sparire dalla circolazione.
“Se non accoglieranno le nostre istanze spariremo dalla circolazione e ci nasconderemo dove nessuno ci può trovare” Disse una di loro.
“Già, ve la immaginate una giornata senza parole? Li voglio vedere questi chiacchieroni costretti al silenzio”, affermò un’altra.
“Secondo me se ne accorgeranno in pochi”, puntualizzò un’altra ancora che aggiunse “sono sempre di più quelli che non parlano o dicono sempre le stesse cose”.
“Noi, se non ci usano, moriamo. E se ci usano male ci ammaliamo” diceva con lo sguardo triste “malinconia” che per l’occasione si era messa in prima fila.
A presiedere la protesta c’era la parola “amore” che si presentava triste, ma agguerrita, lamentando di essere utilizzata da troppi, ma era confusa con altre colleghe dal significato diverso. “E allora io che cosa dovrei dire?” affermò una voce dal fondo. Era la parola “pace” che proseguì: “pensa che a me mi usano persino al posto della mia nemica “guerra” con cui non voglio avere nulla in comune”.
“Va bene quello che dici, ma a me non piace che mi hai messo vicino a “mi”, disse la parola “me”. “Per carità, nulla di personale, ma non andiamo d’accordo e siamo inconciliabili” concluse.
Si alzò la parola “accordo” e provò a cercare una soluzione tra le diverse posizioni, mentre l’atmosfera si faceva calda e rumorosa.
In un angolo si trovava “ciao”, che partecipava svogliata, per nulla interessata alla questione, sentendosi famosa e utilizzata in tutte le parti del mondo, certamente di più della collega “arrivederci”.
Dalla parte opposta si erano radunate quelle che sembravano invecchiate, “acciocchè”, “immantinente”, “trasecolare”, “sagittabondo” e “sacripante”, che ormai registravano gli ultimi istanti di vita. Mentre in fondo si era creato un circolo ristretto a cui partecipavano “file”, “directory”, “business”, “trend” e altre ancora che mantenevano un certo distacco ritenendo di essere più importanti.
In una zona più distante la parola “orrore” era nascosta dietro “normalità” che sembrava cresciuta a dismisura.
E si sentì una voce urlare: “L’ho sempre detto, ma non mi ascoltavate”, affermò “risentimento” che venne sopraffatto da “rabbia”, che aveva creato un circolo autonomo insieme a “colpa” e “vendetta”.
La manifestazione andò avanti per ore finchè qualcuno si accorse che in un angolo lontano, sedeva, triste, una parola che sottovoce diceva: “non c’è più considerazione per me, mi usano tutti, sempre più numerosi, ma nessuno ha il coraggio di pronunciarmi”.
“La nostra amica ha ragione” disse la parola “solidarietà” vi invito a stare uniti con la nostra amica “odio” a cui hanno rubato il significato, ma non viene pronunciata. E’ un vero furto!”
Tutti concordarono di dare sostegno allo loro amica e dopo le ultime comunicazioni si recarono a celebrare il matrimonio tra “sì” e “però” che dopo tante frequentazioni non volevano più nascondersi e celebrare la loro unione in “sipperò”.
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