Si fa presto a prendere posizione su qualsiasi argomento. Alcuni lo fanno semplicemente osservando il comportamento o le decisioni di quelli che la pensano come loro. Altri lo fanno per partito preso o per contrarietà. Pochi, ma davvero pochi, avvertono il desiderio di “farsi un’idea”. E ci sono anche quelli che hanno buone dosi di cultura e di argomenti, ma li usano solo per confermare ciò che dicono da sempre, con sorprendente impermeabilità rispetto a ogni novità di temi o di posizioni.
E in questo noi italiani siamo specialisti, sempre portati alla scelta di una parte o alla contrapposizione pregiudiziale, per la quale non è richiesta alcuna propensione alla conoscenza poiché tutto si riduce nella ripetizione maniacale di ciò che si è già letto o detto. Insomma, nulla di nuovo: quelli che stanno di qua contro quelli che stanno di là.
E non basta nemmeno. Come ci insegna la cronaca del nostro amato Dante, anche le fazioni, all’occorrenza, si possono suddividere in altre sottofazioni, in funzione della convenienza o delle spinte emotive.
Peraltro i temi non mancano mai. Dallo schieramento pro o contro il governo Conte, si è passati a quello sul DDL San, poi a quello sulla giustizia, poi a quello sui vaccini e persino sulla vittoria agli europei e sulla residenza monegasca di Berrettini.
Insomma, nulla di serio: alla forza delle argomentazioni viene preferita la forza della contrapposizione.
Se si provasse, come ai tempi di Carlo Campanini e Walter Chiari a porre una questione inventata e inesistente, come il famoso “sarchiapone”, si troverebbero subito frotte di persone disposte a difenderne la specie a dispetto delle avversità climatiche e dei benefici che apporta alla natura, come affermato da esperti e scenziati. E sorgerebbe una parte opposta che riporterebbe notizie fondate dei danni causati dal sarchiapone, anche con riferimento ad articoli di stampa e contributi di scienziati ancora più famosi.
Se badassimo alle potenzialità informatiche dovremmo sentirci nell’era dell’informazione e della comunicazione. Viviamo invece nell’era della presunzione e della impossibilità di comunicare, se non per schierarci.
È l’effetto della logica booleana, che prende il nome da George Boole, e si riferisce alla importante introduzione degli “operatori logici”, come “vero” o “falso” che tradotti in segni matematici hanno permesso lo sviluppo dell’informatica grazie al pensiero binario.
Ma lo stesso Boole non aveva alcuna intenzione di affermare che la vita è un processo binario, nè che ogni situazione si debba interpretare scegliendo tra due estremi. La sua geniale intuizione aveva lo scopo di facilitare i processi di calcolo e di analisi fintate sul calcolo, non di migrare dal pensiero sistemico a quello analitico e computazionale.
Il male contemporaneo è proprio questo: la semplificazione della complessità. E la pretesa di chiudere ogni questione all’interno di un algoritmo o di una formula matematica, fino a credere più alle formule che alla realtà.
E accade così anche nel confronto quotidiano su ogni tema, dal più elevato al più banale. Una volta preso di mira un argomento, scatta “l’ansia da posizione” e parte la corsa allo schieramento, prima ancora di avere cognizione sul tema. Ed è una corsa che non fa sconti per nessuno: aggressiva con chi si pone dalla parte opposta e violenta e supponente con chi non prende posizione.
Se provate a scrivere un pensiero in libertà, c’è sempre qualcuno che legge quel pensiero come l’espressione di una parte, quindi si sente in dover di esprimere di essere a favore o di essere contrario. Soltanto pochi riescono a provare il piacere di condividere le parole espresse e magari completarle o aggiungere altri argomenti.
La spinta “reattiva” è così forte che può indurre alla paura e al timore di potere essere fraintesi e collocati “tra quelli che”. E quindi nasce l’esigenza di dovere precisare, non ciò che si è detto, ma ciò che non si voleva intendere.
È tutto più facile per quelli che riescono a trovare una posizione definita, del tipo “on”, “off” o “vero”, “falso”. Hanno a disposizione gli argomenti dei social e della stampa più diffusa, possono citare personaggi dei talk show e quando affermano qualcosa hanno schiere di sostenitori pronti a difenderli da eventuali contrasti.
Tempi duri, invece, per chi avverte il gusto della ricerca del significato e dello sguardo oltre il velo dell’apparenza, della convenienza o della posizione pregiudiziale. Nella migliore delle ipotesi si generano sospetti: ciascuna della parte avverte che non sei dei “loro”, quindi sei degli “altri”.
Per quanto mi riguarda non avverto l’esigenza di prendere posizione e preferisco sospendere il giudizio e osservare senza alcuna ansia da schieramento, magari provando a ragionare.
Ma proporre di usare il ragionamento o argomentazioni logiche, senza contrapposizioni, è visto come un’attività pericolosa, perchè fuori dagli schemi attuali. È più gradito chi accetta la logica degli schieramenti e della decisione netta tra “sì” e “no”, “on e off”, “vero” e “falso”.
Qualcuno la intende come “semplificazione”. In verità si tratta di “banalizzazione”. Ma è un processo molto pericoloso, perchè dopo avere consumato il passaggio dalla libertà di pensiero alla semplice scelta tra “sì” e “no”, il passo è breve per passare al “pensiero unico” per il quale solo chi è dalla parte del “sì” ha diritto di cittadinanza.
più in basso il famoso dialogo sul sarchiapone