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Non è una “malattia” da curare, come qualcuno vorrebbe intenderla, derubricandola così a una semplice patologia che capita a chi la manifesta nel modo peggiore. E da risolvere soltanto con cure mediche mei confronti di chi la estremizza.
È invece una condizione culturale che appartiene a tutti e di cui dobbiamo liberarci.
Stanno già sorgendo centri medici e cliniche per la cura delle patologie di questo genere.
Non servono cure o medicine, nè rimedi superficiali nei casi più acuti. Serve la consapevolezza di doverci integrare realmente intervenendo sulle coscienze (non sugli aspetti clinici) e sui costumi, riscoprendo un modo più civile e paritario di intendere le relazioni. Che non vuol dire disconoscere le diversità che compongono le singole identità, ma riconoscerle come parte di ciascuna persona che compone il tessuto sociale.
Affidare la violenza alle medicine vuol dire accettarne l’esistenza e combatterne sono le manufestazioni palesi … finché non diventano consuetudini.
Il fenomeno della violenza degli uomini sulle donne è culturale e si contrasta isolandolo già nelle manifestazioni “ordinarie”, nelle forme di espressione, nella considerazione civile, nelle opportunità. Prima ancora che diventi un “caso medico”.
Abbiamo bisogno di integrarci e incontrarci sullo stesso piano. Abbiamo bisogno di sentirci alleati senza dovere manifestare forza o pretendere di trovare debolezza.
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