Società debole, interessi forti

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È desolante assistere al deserto nelle strade delle metropoli e delle città d’arte, vivere il Natale come ricorrenza da rubare al timore del contagio e alla rete dei controlli, sentirsi limitati nella libertà di spostamento e come clandestini dopo le 22.
Eppure, già solo un anno fa, ci sentivamo sicuri di determinare il futuro, di organizzare la vita nostra e altrui, di ingaggiare battaglie di ogni sorta.
Pensieri tipici di una condizione di “forza” che non ha bisogno di porsi domande sulle questioni “elementari” e con sicurezza si concede il lusso di pensare ad accrescere la propria posizione o persino di indebolire quella altri per trarne vantaggio.
Forti e sicuri si progettava, sostenuti dalle certezze della tecnologia, dell’economia, delle previsioni e delle convenzioni.
Ma se fossimo stati forti e sicuri davvero oggi non vivremmo nella condizione attuale.
Basta guardarsi intorno per accorgersi della presunzione della nostra “forza” che si appoggiava sulla distrazione rispetto alle questioni più basilari e meno elitarie, come la salute pubblica.
Una società riservata a sani e facoltosi, non per fortune personali o per meriti speciali, che dispensa benessere a pochi (non sempre migliori e non sempre in buona fede) sulla base di un sistema impositivo che, solo in quella circostanza, avverte il bisogno di fare partecipare tutti.
Secondo un modello che non è ispirato al perseguimento dell’interesse pubblico, ma alla conservazione di posizioni e al loro rafforzamento.
Così la giustizia ha rinunciato, senza problemi, ai tribunali periferici; la pubblica istruzione alle scuole lontane dalle metropoli; la sanità agli ospedali decentrati, ecc. E si era sul punto di chiudere tutto ciò che fosse lontano dal presidio metropolitano, di licenziare dipendenti ecc. E abbiamo ridotto il numero dei parlamentari, abolito le province ecc.
Tutto in nome del risparmio, per finanziare un sistema la cui forza era solo caratterizzata dal profitto di pochi e dalla difesa delle loro posizioni, a danno di molti, senza protezione sociale, senza sicurezza, senza sanità pubblica, con strade fragili, con ponti instabili ecc.
C’è una lezione che (se vogliamo) possiamo trarre da questa pandemia (per chi ne sopravvive) che risiede nella decisione di prenderci cura dei “bisogni elementari” di tutti, prima di orientarci ai lussi e ai privilegi di pochi.
La società può dirsi “forte” solo se poggia su una base sociale solida e sicura. Altrimenti è fragile e persino ciò che sembra sicuro può traballare. Persino i “diritti acquisiti” possono essere messi in disxussione, quando dall’altra parte sono i gioco o diritti civili alla sopravvivenza e alla dignità della vita.
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