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Si ha la sensazione che, dopo avere trascorso un periodo di restrizioni e vincoli, finalmente, grazie alla pandemia e quasi magicamente, il problema sia definitivamente superato: adesso abbiamo il problema opposto, cioè quello di decidere quante somme accettare e che cosa farne.
É come nelle migliori famiglie, c’è chi fa i complimenti perché non si disturbino troppo, chi invece immagina di potersi permettere ciò che desiderava e così via dicendo.
La preoccupazione per il nostro debito pubblico, da sempre presentata come una voragine, sembra definitamente superata.
Ma é davvero cosi? Siamo diventati improvvisamente virtuosi?
Quasi quasi, per sicurezza verrebbe da dire… “con questi nuovi soldi pagate i nostri debitori e lasciateci vivere senza più vincoli”
Se fossero “soldi veri” si potrebbe fare così. Ma non é proprio così.
La differenza tra una persona che riesce a vivere con ciò di cui dispone e chi vive di debiti é proprio la libertà. E con lei l’ipoteca sul futuro.
Ho vissuto nei tempi del boom economico e nella scoperta della possibilità di indebitarsi come ampliamento delle opportunità.
Molti di noi lo hanno fatto per migliorare le proprie condizioni di vita. Magari festeggiando quel giorno in cui hanno finito di pagare un debito.
C’è chi lo ha fatto per comprare una casa o una macchina o persino per sostenere le spese sanitarie, ecc. Ma c’è anche chi ha solo pagato debiti di gioco o persino dei capricci costosi.
Indebitarsi non è il “male” , ma perché non lo sia deve superare due esami: l’utilità reale di ciò che si vuole acquistare e la sostenibilità del carico nel tempo.
É da stupidi indebitarsi per un bene di lusso che non ci si può permettere o per qualcosa che non sia utile o necessaria.
Semplicemente perché il debito é un impegno sul futuro. E non sul futuro di un altro, ma sul nostro futuro.
Se ci sono buone ragioni é giusto rinunciare a parte del futuro per indebitarsi. Ma se le ragioni non sono buone é solo segno di irresponsabilità e leggerezza, come se pensassimo di trasferire il peso su di un altro.
Nel caso del debito pubblico è così: ogni nostro debito lo traferiamo su chi nascerà dopo di noi, a cui stiamo chiedendo di lavorare sottraendogli i proprio profitti per pagare il “nostro” benessere.
Potrebbe andare anche bene, come nel dopoguerra, se le risorse dovessero servire al benessere di tutti o alla realizzazione di opere utili alla collettività.
Ma é proprio così?
Dovremmo maneggiare le somme del “nuovo debito” con maggiore cura e con rispetto verso il nostro futuro e di quello delle prossime generazioni.
Perché rischiamo di mettere una seria ipoteca sulla nostra e sulla loro libertà di vivere, di progettare, di sognare, appesantiti da vincoli e impegni che hanno solo l’effetto di una rinuncia pesante e quotidiana.
Ne vale la pena?
A chi vanno quelle somme?
Ciascuno di noi accetterebbe a cuor leggero di far pagare ai propri figli e nipoti le cambiali di un prestito per un debito di gioco?
Sarebbe bello avere la certezza che questo ulteriore indebitamento che trasferiamo su chi verrà dopo di noi serva per costruire opere che durino nel tempo o interventi che migliorino le condizioni sociali o la qualità della vita di tutti… non solo di “alcuni”.
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