C’era bisogno del COVID per fare prevalere, in modo diffuso e autorizzato, il desiderio di fare il meno possibile, di non dovere studiare e di vivere indebitandosi per il presente e per il futuro.
Così si affaccia il diritto di servire le pubbliche amministrazioni “stando a casa” e nel pieno delle prerogative (c’è chi ha chiesto, in quelle condizioni, il “buono pasto” o il riconoscimento del “lavoro straordinario”). Si potranno prolungare le vacanze senza limite perchè la scuole non riapriranno (e nel frattempo non hanno pianificato turni o classi on line, ma solo acquisto milionario di banchi, come se non ci fossero già). E l’acquisto dei banchi, come le richieste di contributi, come gli interventi di sussistenza sono alimentati da una nuova forma di “economia” che non si fonda sul lavoro o sui progetti, ma sull’indebitamento sempre più pesante e sempre più insolubile.
Dunque la cultura e l’istruzione si fermeranno insieme al lavoro e alla produzione.
E adesso, poiché viviamo in un sistema sociale che non si fa scrupolo di prevaricare i più elementari diritti civili, c’è da interrogarsi sulle conseguenze che potranno determinarsi quando qualcuno, nella qualità di “creditore” pretenderà di essere risarcito.
Immagino che, nello stordimento generale e nella diffusa insipienza potrebbe accadere di tutto, anche l’insorgenza di una moderna forma di “schiavitù”, moderna ed elegante e pienamente sostenuta dagli economisti che consenta ai creditori di rivalersi sulle risorse finanziare, poi su quelle materiali e poi… su quelle umane.
C’è un modo per scongiurare questo pericolo: quello di promuovere quegli ambiti che producono realmente e ridurre i costi sociali di tutti quegli apparati che non hanno alcuna funzione produttiva e non generano alcuna economia, nè in forma diretta, nè in forma indiretta.
Magari un giorno ci accorgeremo che il nostro indebitamento dipende proprio dalla scelta “politica” di finanziare (in modo spropositato) questi apparati e dall’avere, invece, appesantito il carico fiscale e previdenziale degli apparati realmente produttivi.
Dovremmo invece tutelare chi genera ricchezza per il nostro Paese e limitare gli spazi e le dimensioni di chi la consuma.
Altrimenti ci sveglieremo in un Paese in cui nessuno avrà voglia di lavorare o di studiare, ma solo di essere impiegato o assistito. Scivolando così in uno stato di impoverimento materiale e culturale che potrà avere solo lo sbocco della “schiavitù economica” al servizio “fisico e personale” di padroni locali o internazionali.
E per chi non avrà nulla da offrire non ci sarà soluzione.
Sembra una previsione apocalittica e da cui prendere le distanze…. Speriamo bene che rimanga tale.
Il virus dell’impoverimento e dell’indebitamento
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