La vicenda dell’imbruttimento dello statua dedicata a Indro Montanelli non può essere liquidata come una bravata, nè essere interpretata, come spesso accade, con la logica della contrapposizione: da una parte quelli che imbrattano e dall’altra quelli che la ripuliscono. Ed è anche semplicistico che la questione sia affidata alle indagini della polizia, alla individuazione dei “colpevoli” e alla loro incriminazione.
Se una statua alla memoria è una forma di espressione, finalizzata a fissare nella memoria valori e significato storico, non possiamo negare che anche le proteste dirette a imbrattarla lo siano altrettanto.
Molti di noi hanno apprezzato le qualità di giornalista e scrittore di Indro Montanelli e non possiamo nascondere il beneficio che quel suo modo di intendere la propria professione ha portato al giornalismo e persino al nostro modo di intendere il rapporto con i media. E chi ha buona memoria ricorda che quell’uomo non ha mai cercato la compiacenza del potere, tanto da trovarsi gambizzato da chi apparteneva a una parte e ostracizzato da chi apparteneva alla parte opposta.
Certamente è un modello di uomo che ha saputo incarnare la determinazione e la libertà dai condizionamenti, anche a rischio della solitudine e della lontananza dal “sentire comune”, fino a creare una crisi di coscienza nei giornali più autorevoli quando avrebbero dovuto esprimergli solidarietà per l’attentato subito.
Ma non era soltanto questo. Come nessun uomo è soltanto ciò che appare, finché appare.
Come sappiamo, Indro Montanelli, nel corso di una intervista, raccontando la sua esperienza di soldato italiano in Eritrea, afferma, con tono ironico, di avere “comprato” una bambina di 12 anni, concessagli in matrimonio, che aveva il compito di assisterlo, così come si usava che facessero le altre donne con gli Ascari. E di fronte al rilievo della gravità della situazione manifesta sorpresa e rivendica la normalità della situazione in quelle terre e tra quella gente.
In questa storia ci son tutti gli ingredienti per prendere posizioni contraddittorie: assolvere l’uomo per la situazione dettata dalle condizioni; scandalizzarsi per l’accaduto fino alla condanna; l’indifferenza perché si tratta di persone che appartengono a un “mondo minore”.
Non è facile, ma è necessario stare attenti, ogni volta che una persona viene trasformata in idolo e se ne consegna l’immagine alla storia. Perchè, una volta assurto al ruolo di personaggio immortale e consegnato alla memoria della storia, non si può decidere quale parte esaltare e quale evitare. E si rischia di trascinare nella commemorazione un insieme indistinto di situazioni contraddittorie che generano sentimenti diversi.
Forse sarebbe stato diverso se l’Indro, in occasione di quell’intervista avesse evitato di raccontare quella storia con leggerezza o persino con vanteria. E proprio quel modo di sentirsi al di sopra di ogni giudizio morale, lo ha trasformato da cronista fermo e deciso che non si piega davanti al potere, a uomo testardo che non intende piegarsi nemmeno di fronte alle ragioni del buon senso.
Nel mio piccolo avrei preferito che quell’uomo, pur riconoscendogli la statura del grande giornalista, fosse stato consegnato alla storia, senza il bisogno di riportarne le fattezze in una statua, come si fa per gli antichi eroi.
E a pensarci bene, anche gli eroi, le cui statue campeggiano nella nostre piazze, se fossero stati intervistati, ne avrebbero dette di belle, anche nella stessa maniera. Non ne uscirebbe bene Garibaldi o Giulio Cesare o Caravaggio, e forse nessuno.
Ma tutto ciò non giustifica nessuno. Semmai serve a ribadire quali siano le ragioni che giustificano il ricordo di qualcuno, fino a volerlo commemorare con una presenza fisica, oltre il decorso del tempo. Certamente non tutta la sua vita, ma ciò che di questa lo ha rappresentato maggiormente, pur nelle contraddizioni e nelle vicende oscure.
Forse ciò che serve è proprio un ripensamento verso la pratica diffusa di creare, con facilità, dei leader a cui votarsi e per i quali immolarsi, facendo del suo nome e del suo volto una bandiera, perché si rischia di condividerne sia le qualità che le bassezze, senza distinzione alcuna, fino a giustificarle e sentirsi disposti a difenderle con la forza.
Non so come si risolverà la questione della statua di Indro Montanelli. Nel frattempo, faremmo bene a frenare il desiderio di mettere sull’altare chiunque si mostri fermo e deciso, anche a discapito del buon senso e dei valori del vivere civile. E magari potremmo esercitarci nel prendere le distanze da situazioni imbarazzanti, perchè contrarie ai principi che debbono improntare il rispetto delle persone, della loro condizione e del loro genere.
Ma è opportuno che ce ne accorgiamo sempre. Non solo quando può essere utile a un disegno politico. Perché altrimenti si cade nello stesso errore di essere solo strenui difensori di sé e dei propri leader.