Buona liberazione, ma anche dagli egoismi di oggi

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La ricorrenza della “liberazione” non avrebbe potuto trovare un periodo migliore di questo. È vero che quel 25 aprile è il simbolo di una parte contro un’altra. Ma, riconosciamolo, non tutte le “parti” sono uguali. E (sperando che nessuno me ne voglia) non tutte hanno la stessa dignità.

Se oggi festeggiamo quella parte che ha vinto, non è perchè siamo “partigiani”, nel senso ristretto del termine, ma perchè quei “partigiani” di allora hanno avuto il coraggio di scegliere di prendere posizione in difesa di quella parte che esprimeva i valori migliori del vivere civile, della solidarietà, della democrazia, della libertà.

Si può affermare che siano stati “di parte”? Certamente sì. E dalla parte giusta. E chiunque non voglia riconoscerlo, mi si consenta, dimostra di essere accecato da un altro vizio di “partigianeria”, quello più basso in difesa di posizioni e non di valori.

Questa ricorrenza è ancora attuale, non perché dobbiamo liberarci di un nemico contro cui combattere e trovarci in piazza. E nemmeno per sventolare nostalgiche bandiere che hanno il sapore della semplice commemorazione distaccata che non scalfisce gli animi.

Ma è attuale perchè, proprio adesso che siamo stati attaccati da un nemico invisibile e micidiale che ha compromesso abitudini, bisogni e persino la vita di molti, dobbiamo ritornare a trovare il bisogno di “schierarci” dalla parte di ciò che ci unisce.

Non è un mistero che siamo tutti, ormai, accaniti difensori dei diritti individuali, sostenitori strenue delle pretese personali e acerrimi nemici verso chiunque ci richiami al “buon senso”.

In questo periodo difficile che segnerà la “povertà” di ben 10 milioni di italiani, dovremmo sentirci tutti chiamati a raccolta per risollevare le sorti del Paese, ciascuno con ciò che può, anche rinunciando alle comodità personali. Proprio come hanno fatto quei partigiani che hanno sofferto importanti rinunce perchè sentivano il richiamo dei valori comuni.

Vedo invece, al netto di quelli che si sono immolati (di solito impiegati, dirigenti e professionisti poco remunerati e senza garanzie) una schiera numerosa che vive nella cultura del sostegno della propria posizione e della pretesa della protezione della propria condizione e dei propri “diritti”, in qualsiasi circostanza.

Abbiamo persino letto di dipendenti pubblici che dopo avere trascorso la propria giornata tra le mura di casa, anche senza alcun impegno lavorativo, ma con la certezza dello stipendio intero, hanno avuto la spudoratezza di pretendere il “buono pasto” o hanno alzato barricate nel caso in cui fossero collocati in ferie d’ufficio. E non sono mancati i riferimenti ai diritti dei lavoratori, ai soprusi dei padroni, alla difesa del proletariato. E mentre i medici deceduti superavano la quota 100, gli infermieri si sottoponevano a turni massacranti, i commessi dei supermercati si proteggevano all’inverosimile e migliaia di imprese chiudevano i battenti per non riaprirli mai più, quelli, come antichi aristocratici a cui non interessa nulla del popolo, si preoccupavano di garantire a se stessi il diritto di programmare dei giorni di meritate ferie, dopo avere trascorso due mesi a casa.

Se dovrà esserci una liberazione, dovrà essere dall’egoismo che indossa i panni dei valori del proletariato, dalla prepotenza che si nasconde dietro le bandiere dei veri eroi della resistenza e del sindacalismo, dalla indifferenza di chi chiede tutele per i lavoratori (dal salotto di casa), come se si trattasse di difendere i diritti di minatori o metalmeccanici (che nel frattempo sono senza tutele).

Nel frattempo le imprese chiudono, il Paese ha un debito che si aggira sui 43 mila euro a testa e nessuno, di quelli che produce ricchezza, sarà in grado di pagare le tasse. Che servono proprio alle pubbliche amministrazioni per garantire il funzionamento e gli stipendi.

Festeggiamo la liberazione, ma facciamolo nel rispetto dei valori che hanno portato giovani partigiani e rinunce e sacrifici per ribellarsi contro le prepotenze e i privilegi. Perché non basta innalzare una bandiera o invocare antichi valori per sentirsi dalla parte giusta.

Serve coerenza e “buona fede” e maggiore attenzione ai “valori condivisi” più che ai propri interessi.

Si può essere “partigiani” per la difesa di valori collettivi, ma è davvero scandaloso assistere alla proliferazione di “partigiani di se stessi”, pronti a ingaggiare guerre senza quartiere per la difesa di privilegi personali, ignorando ciò che accade intorno.

Sono argomenti che può comprendere solo chi avverte il significato della “solidarietà”.

Buona liberazione a tutti!

 

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