XXIX

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XXIX

La mattina del giorno dopo arrivò secondo le previsioni. Apparentemente, intorno a Gino non c’era nulla di diverso. Ciò che era diverso non era intorno, ma dentro di lui. Sembravano lontani i tempi dell’uomo timido e schivo. Era rimasto comunque riservato, ma qualcosa era cambiato: prima, quando la sua vita ricadeva tutta tra i confini della Nazione, si sentiva ai margini, chiuso nella sua terra.. E adesso che si trovava, improvvisamente, al di fuori dei confini, invece di sentirsi escluso, si sentiva, stranamente al centro delle attenzioni proprie e altrui. 

Cominciò, dunque, a chiedersi che cosa dovesse fare come se fosse rinato in uno nuova vita nella quale tutto, finalmente e improvvisamente, gli era consentito. Dunque, era tempo di muoversi. Sarebbe andato in città, ma questa volta nella versione dell’uomo d’affari che deve trovare persone e stringere accordi. 

Improvvisamente non temeva più il rapporto con la città e le sue istituzioni. Non doveva attendersi una lettera improvvisa che gli intimava qualcosa, pur non avendo mai fatto nulla di male. Non era più costretto ad armarsi di buona pazienza per mettersi in fila davanti a burocrati appesantiti dalle procedure o funzionari supponenti che si atteggiavano da padroni delle istituzioni pubbliche. Adesso era un cittadino della sua terra, senza più alcun legame con quella nazione, i cui valori portava nel cuore, profondamente e molto più di chi la rappresentava, ma di cui non riusciva a sentirsi rappresentato e da cui non si sentiva tutelato. 

Pensò di vestirsi in modo adeguato per questo suo nuovo viaggio in città. Voleva apparire come un uomo d’affari e si chiese quale fosse l’abito tipico per l’occasione. 

Gli vennero in mente gli uomini d’affare che aveva incontrato, persone con lo sguardo insincero e gli occhi tristi, con gli abiti dello stesso colore, le cravatte in ordine, le camicie fresche di tintoria e la scarpe a lucido che, già per quella perfezione apparente, mettevano in imbarazzo e sembravano confezioni costose per regali di poco valore. 

Gli venne in mente quel tizio che, volendo installargli la rete adsl si presentò spavaldo affermando: “sig. Gino, sono venuto per risolvere i suoi problemi!”. Lui lo aveva guardato candido e gli aveva detto che era dispiaciuto che avesse fatto così tanta strada. Non c’erano problemi così gravi da risolvere che richiedessero il suo viaggio fin lì. Certamente, recandosi lì aveva sottratto tempo alla sua famiglia. Si era sempre domandato perchè questa gente scegliesse la via della finzione e non quella della sincerità. 

Comunque non avrebbe seguito quel modello. Si sarebbe recato in città con l’abito ordinato, ma non quello della festa. Voleva che lo guardassero negli occhi, non nell’abito. Gli avrebbe fatto piacere che avessero trovato la novità in lui, non in ciò che indossava.

Si preparò a puntino, si guardò allo specchio e uscì di casa. Prima di salire sulla sua vecchia auto si fermò e lanciò lo sguardo a un mucchio di fiori colorati che facevano capolino poco più in là. Andò a prenderli, ne fece un mazzo e li legò con uno spago colorato. Sapeva già a chi li avrebbe portati. 

Si incamminò e una volta vicino al centro abitato, il primo edificio che gli venne incontro era il cimitero. Si fermò per portare un saluto ai suoi cari che ormai riposavano lì, ma soprattutto per ricordare un amico. Si chiamava Giampiero e lo aveva seguito in tutte le sue vicende, senza avere la fortuna di vederne la fine. Gli era stato vicino dandogli la forza, tutte le volte che a lui mancava, perchè, anche se avanti negli anni, Giampiero di rifiutava di dichiarare a se stesso la propria età ed era pronto per ogni nuova battaglia. Si ricordava i suoi consigli, la sua voglia di combattere, anche ad età avanzata. Si trattenne davanti alla sua foto e gli dispiacque di non averlo accanto proprio adesso che la sua “problematica”, come a Giampiero piaceva chiamarla, stava trovando una soluzione.

Rimase senza fretta, perchè ci sono cose che bisogna vivere nel profondo. E il profondo, se si va di fretta è difficile da trovare. Quando fu il momento si incamminò e si diresse verso la città, quasi convinto di percorrere quelle strade in compagnia di chi aveva incontrato, lì dove riposavano.

La prima destinazione fu la casa di Ghiselda. Entrò e la trovò con il viso sereno del mattino, pronta ad accoglierlo, come sempre, con una semplicità disarmante che sembrava aprire ogni angolo di sè e della casa. La donna ricambiò il mazzo di fiori con un sorriso così lungo e lo sguardo così intenso che potevano soltanto chiudersi con un bacio. E glielo diede sulla fronte, come si fa a una creatura di cui si ha cura perché quella forma di benedizione raggiunga direttamente i suoi pensieri.

“Bentrovata!” esclamò Gino e prosegui: “è ora che ci mettiamo al lavoro”. Ormai ci sono tutte le condizioni per iniziare e non abbiamo più nulla da attendere”
Giselda lo guardava con attenzione e sorpresa, senza trascurare lo spazio per l’affetto e avvertiva di avere davanti a sè una persona decisa, determinata, praticamente diversa. ma guardandolo negli occhi lo ritrovò. Era il solito Gino, ma adesso sembrava più sicuro. Forse si sentiva meno solo e più determinato.

“Ho pensato” proseguì Gino “di incontrare tutti quelli che vogliono lavorare con me. Ci organizzeremo e cominceremo subito.” E chiuse affermando: “il tempo è prezioso!”

Giselda si avvicinò e lo guardò con uno sguardo avvolgente per esprimergli il suo apprezzamento e la completa dedizione alla causa. Quindi, con un tono leggero, ma sincero gli disse: “Son pienamente d’accordo. Dimmi che cosa posso fare per te. Io non sono così brava, ma sai che sono al tuo fianco”.

Gino tirò fuori il coraggio che ormai frequentava con padronanza da qualche ora e guardò la donna con una dolcezza nuova che prima teneva imbrigliata dalla paura o dalla mancanza di abitudine. E le disse: “tu sei importante e mi dai molta forza. Mi piacerebbe che potessi incontrare qui le persone che dovrò vedere. Tu mi aiuteresti ad accogliere. E soprattutto mi faresti sentire a mio agio”.

La donna tradì una leggera emozione e lanciò lo sguardo altrove per non essere vista. Gino si accorse, ne fu felice, ma finse di non avere notato, per evitare di ritrovarsi nella stessa situazione. E poi, perchè, adesso avrebbe dovuto vestire i panni dell’uomo d’affari, quindi provò a indossare atteggiamenti operativi e a duro.

Telefonò al nipote, illustrandogli le sue intenzioni e lo invitò a informare anche Norma, mentre Gisela si era recata a casa di Gerardo. Quindi, seguendo le istruzioni di Giselda, si accomodò nella sala dove c’era un bel tavolo rotondo che la donna aveva liberato e profumato per consentire a Gino di sistemare lì il suo quartier generale.

In poco tempo quella casa si trasformò. Il tavolo si riempì di carte con appunti, disegni, idee, progetti. E ciascuno era impegnato in qualcosa. C’era chi si sarebbe occupato degli aspetti burocratici e dei rapporti con lo Stato italiano. C’era chi studiava quali attività insediare in quell’area. C’era chi consultava la rete per trovare situazioni analoghe e capire quali erano stati gli ostacoli incontrati. C’era chi studiava gli aspetti di natura fiscale e le questioni legate alle modalità di impiego dei lavoratori.

Dopo diverse ore di lavoro intenso e appassionato vennero fuori le prime proposte. Si decise che cosa fare, da chi approvvigionarsi, chi avrebbe dovuto occuparsene e chi avrebbe curato ogni aspetto amministrativo. Riuscirono anche a coinvolgere il funzionario dell’agenzia locale della banca per verificare le condizioni di finanziamento e di deposito delle somme.

Si fermarono solo quando Giselda li invitò a spostarsi nella stanza accanto per mangiare tutti insieme e proseguire davanti al profumo delle pietanze sulla tavola imbandita, dove campeggiava un bel mazzo di fiori. Quelli che aveva portato Gino.

Mentre tutti parlavano, tra piatti e calici, squillò il telefono di Gino.

Era un numero a lui sconosciuto. Per abitudine ebbe un attimo di preoccupazione. Poi si ricordò della sua nuova condizione e rispose. Rimase al telefono qualche minuto e poi rientrò nella sala nel silenzio generale che segnava l’attesa e la curiosità di tutti.

“Era un funzionario dell’ente che produce energia elettrica” disse Gino. E proseguì: “evidentemente ha letto il rapporto che gli ha fatto quel signore e adesso mi vuole, anzi, scusatemi, ci vuole incontrare per concordare le condizioni per mantenere i tralicci. Mi ha anche detto che, quando ci vedremo potremmo anche parlare della possibilità di impiantare una centrale elettrica.”

“ E tu che gli hai detto?” chiese Gabriele

“Gli ho detto che ne avrei parlato con il Comitato direttivo, che siete voi, nominati da me per l’occasione e che sicuramente avremmo valutato soltanto iniziative che rispettano l’ambiente”

Tutti si liberarono in un applauso e in un brindisi… alla salute del Comitato direttivo.

(segue)

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