XXVIII e XXIX

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XXVIII

Si trattava di due agenti del Corpo forestale, accompagnati da un uomo in borghese che, dopo avere fatto alcune domande ed essersi accertato di avere di fronte il proprietario dell’area, confessò di essere lì per una visita informale. Un po’ per curiosità, un po’ per portarsi avanti con il lavoro che lo avrebbe impegnato di lì a poco, era curioso di prendere visione della situazione.

Dunque la questione riguardava un’area circondata da due rami del delta del fiume che dalla parte opposta confinava con il mare. Cercò di calcolare con lo sguardo la superficie e verificò se sull’area vi fossero opere di proprietà dello Stato italiano. Sul lato opposto all’ingresso intravide una costruzione che pareva abbandonata. Si avvicinò e realizzò che si trattava di un antico mulino. La costruzione sulla terraferma era collegata a una passerella che portava a una struttura galleggiante. Si trattava di un antico mulino ad acqua, ancora saldi sui suoi sandoni che custodivano, tra di essi, una ruota a pale di legno che girava indisturbata spinta dalla corrente del fiume. Entrò nel locale da una porta che appariva in buono stato e fu sorpreso di vedere, proprio davanti a sé, una macina di granito, in ottimo stato, ma di antica fattura, di quelle che non si trovano più da nessuna parte.

Gino l’aveva seguito a debita distanza, per non apparire invadente, ma aveva colto la sua curiosità e l’interesse di scoprire qualcosa in quell’area, come se avesse dovuto portare via ciò che poteva, prima di distaccarsene definitivamente.

Certamente lui rappresentava lo Stato, ma quell’area e ciò che vi era compreso non appartenevano al territorio italiano. In verità non vi appartenevano nemmeno prima, ma nessuno se n’era accorto. 

“immagino che questo mulino sia di proprietà pubblica!” disse il funzionario, rivolgendosi a Gino.

“A dire il vero è stato il mio povero bisnonno ad averlo portato qui da Ro. Organizzò una spedizione e lo portarono qui impiegando due giorni. Ma quando arrivò fu un giorno di festa per tutti. Finalmente avevamo anche noi il modo di macinare il grano e fare il pane come ci piaceva. Tutte le estati c’era una gran festa. Ciascuno portava i propri covoni e ripartiva contento e convinto di avere macinato la farina migliore degli altri. E poi le donne facevano il pane, ciascuna con la ricetta di famiglia e con tecniche segrete che qualche volta sembravano riti superstiziosi nella superstizione. C’era chi lo impastava con la luna piena, chi lo cuoceva solo di giorno, chi usava solo lo stesso panno, eccetera.. Ma comunque lo facessero era un pane che durava anche una settimana e quando lo addentavi sentivi il gusto della campagna, del lavoro dei contadini, della legna delle nostre parti” e della passione di impastarlo e infornarlo.

“Ho capito” disse il funzionario, che proseguì: “peraltro il manufatto insiste nella sua area”.

Gino lo guardò con uno sguardo compassionevole, pensando: “è sicuramente una persona sensibile che prova interesse per la natura e l’opera degli uomini, ma ormai è contaminato dal suo mondo, dove ogni cosa ha un codice e perde la sua identità per diventare un numero o un’espressione convenzionale”.

Provò a rispondergli dicendo, in tono scherzoso: “il vecchio mulino non insiste. E’ lì tranquillo che si lascia portare dove vuoi. Anzi, se non lo ormeggi a modo, se ne va alla deriva e te lo trovi a mare”

Il funzionario abbozzò un sorriso di circostanza, dimostrando di avere capito, ma di non avere gradito. Poi girò lo sguardo e si accorse di un traliccio enorme.

Gino lo anticipò dicendo: “il traliccio è stato messo qui vent’anni fa”. E proseguì in tono scherzoso: “quello non è mio”. Fece una pausa e aggiunse: “se vuole può portarlo via”.

“Magari si potesse farlo!” ribattè il funzionario, dimostrando di essere preso dalla questione. E aggiunse: “Quel traliccio sostiene dei cavi elettrici che non si possono interrare, a causa delle condizioni del terreno. E questo vuol dire che se lei, gentilmente, consentirà di lasciarlo dove si trova, avrà diritto a chiedere un canone che, in considerazione dell’utilizzo, non sarà esiguo”.

Gino abbozzò come se non fosse interessato all’argomento.

Da qualche giorno ormai, qualcosa era cambiato, dentro e fuori. Si era già detto diverse volte di essere sorpreso di come la vita sa adattarsi anche alle situazioni più complesse. E’ come se ogni limite che avvertiamo sia solo dentro di noi. Gli era sembrato di avere ricevuto come un invito a entrare in una situazione diversa. E dopo uno stordimento iniziale, nel quale ogni cosa diversa appariva disturbare la sua quiete, aveva deciso che la vita ci chiede di essere vissuta e spetta a ciascuno di noi decidere se accettare o no. Lui aveva accettato ed entra entrata in un mondo nuovo. Non era tutto merito suo, ma certamente aveva quello di non essersi tirato indietro.

I due continuarono a ispezionare la zona, ciascuno assorto nei propri pensieri. Alla fine del giro si ritrovarono davanti al portone da cui erano partiti. Gli uomini in divisa si ricongiunsero a loro. Il funzionario, come se fosse uscito da uno stato di particolare concentrazione che lo teneva oppresso, si rivolse a Gino in modo cordiale, dicendo: “caro amico, sono contento per lei. Chissà quanti vorrebbero svegliarsi una mattina e sentirsi liberi dai vincoli burocratici e dall’obbligo di pagare tasse e balzelli, padrone di decidere di come disporre di ciò che ha..”

Gino lo guardò sorpreso che un funzionario avesse questa idea dello Stato. Siamo cresciuti tutti nell’idea che l’appartenenza a una comunità e a una nazione fosse una scelta di civiltà, pensava, ma adesso vedeva ogni cosa sotto una diversa prospettiva.

Si avvicinò Michele che aveva seguito da lontano la conversazione, aggiungendo: “E adesso che cosa farà lo Stato italiano?”

“Che cosa farà lo Stato non lo so” rispose il funzionario, che proseguì: “io preparerò una relazione su ciò che vedo e su eventuali beni di proprietà demaniale. Ma immagino che dovrà essere siglato un accordo per definire una serie di cose”.

“Però rimanga un po’ con noi” propose Gino. “L’invito è esteso anche ai suoi colleghi”.

Li guardò negli occhi e prima che potessero rispondere aggiunse: “noi siamo gente di campagna, non abbiamo molto, ma lo dividiamo volentieri con gli amici. E se non lo sono ancora, una volta seduti a tavola lo diventano subito. Venite!”

“Purtroppo non possiamo accettare” intervenne in funzionario. “Ma le promettiamo di tornare al più presto e accetteremo il suo invito molto volentieri”.

Tutti si accommiatarono e andarono via un po’ per volta. Gino si ritrovò solo, rientrò a casa e passando davanti allo specchio si accorse di sorridere. Si fermò, tornò indietro e si osservò con maggiore attenzione. Aveva la sensazione di stare bene. Era sempre stato schivo e solitario, ma avvertiva che avere quegli amici intorno, avere ricucito il rapporto con Armando, avere la compagnia discreta di Hussein e Carmelo, gli metteva buon umore.

Si soffermò a guardarsi nello specchio e si accorse che c’era qualcosa che voleva riconoscere guardandosi negli occhi. Abbassò gli occhi di fronte alla propria immagine, come se provasse imbarazzo con se stesso. Poi li rialzò e sorrise dolcemente. Stava pensando a Giselda. Anche lei era una delle ragioni del suo buon umore.

Pensò che era da troppo tempo che non la vedeva.

“Domani vado a trovarla” disse a voce alta, parlando con lo specchio. E allo specchio la sua immagine sorrise come segno di assenso.

XXIX

La mattina del giorno dopo arrivò secondo le previsioni. Apparentemente, intorno a Gino non c’era nulla di diverso. Ciò che era diverso non era intorno, ma dentro di lui. Sembravano lontani i tempi dell’uomo timido e schivo. Era rimasto comunque riservato, ma qualcosa era cambiato: prima, quando la sua vita ricadeva tutta tra i confini della Nazione, si sentiva ai margini, chiuso nella sua terra.. E adesso che si trovava, improvvisamente, al di fuori dei confini, invece di sentirsi escluso, si sentiva, stranamente al centro delle attenzioni proprie e altrui. 

Cominciò, dunque, a chiedersi che cosa dovesse fare come se fosse rinato in uno nuova vita nella quale tutto, finalmente e improvvisamente, gli era consentito. Dunque, era tempo di muoversi. Sarebbe andato in città, ma questa volta nella versione dell’uomo d’affari che deve trovare persone e stringere accordi. 

Improvvisamente non temeva più il rapporto con la città e le sue istituzioni. Non doveva attendersi una lettera improvvisa che gli intimava qualcosa, pur non avendo mai fatto nulla di male. Non era più costretto ad armarsi di buona pazienza per mettersi in fila davanti a burocrati appesantiti dalle procedure o funzionari supponenti che si atteggiavano da padroni delle istituzioni pubbliche. Adesso era un cittadino della sua terra, senza più alcun legame con quella nazione, i cui valori portava nel cuore, profondamente e molto più di chi la rappresentava, ma di cui non riusciva a sentirsi rappresentato e da cui non si sentiva tutelato. 

Pensò di vestirsi in modo adeguato per questo suo nuovo viaggio in città. Voleva apparire come un uomo d’affari e si chiese quale fosse l’abito tipico per l’occasione. 

Gli vennero in mente gli uomini d’affare che aveva incontrato, persone con lo sguardo insincero e gli occhi tristi, con gli abiti dello stesso colore, le cravatte in ordine, le camicie fresche di tintoria e la scarpe a lucido che, già per quella perfezione apparente, mettevano in imbarazzo e sembravano confezioni costose per regali di poco valore. 

Gli venne in mente quel tizio che, volendo installargli la rete adsl si presentò spavaldo affermando: “sig. Gino, sono venuto per risolvere i suoi problemi!”. Lui lo aveva guardato candido e gli aveva detto che era dispiaciuto che avesse fatto così tanta strada. Non c’erano problemi così gravi da risolvere che richiedessero il suo viaggio fin lì. Certamente, recandosi lì aveva sottratto tempo alla sua famiglia. Si era sempre domandato perchè questa gente scegliesse la via della finzione e non quella della sincerità. 

Comunque non avrebbe seguito quel modello. Si sarebbe recato in città con l’abito ordinato, ma non quello della festa. Voleva che lo guardassero negli occhi, non nell’abito. Gli avrebbe fatto piacere che avessero trovato la novità in lui, non in ciò che indossava.

Si preparò a puntino, si guardò allo specchio e uscì di casa. Prima di salire sulla sua vecchia auto si fermò e lanciò lo sguardo a un mucchio di fiori colorati che facevano capolino poco più in là. Andò a prenderli, ne fece un mazzo e li legò con uno spago colorato. Sapeva già a chi li avrebbe portati. 

Si incamminò e una volta vicino al centro abitato, il primo edificio che gli venne incontro era il cimitero. Si fermò per portare un saluto ai suoi cari che ormai riposavano lì, ma soprattutto per ricordare un amico. Si chiamava Giampiero e lo aveva seguito in tutte le sue vicende, senza avere la fortuna di vederne la fine. Gli era stato vicino dandogli la forza, tutte le volte che a lui mancava, perchè, anche se avanti negli anni, Giampiero di rifiutava di dichiarare a se stesso la propria età ed era pronto per ogni nuova battaglia. Si ricordava i suoi consigli, la sua voglia di combattere, anche ad età avanzata. Si trattenne davanti alla sua foto e gli dispiacque di non averlo accanto proprio adesso che la sua “problematica”, come a Giampiero piaceva chiamarla, stava trovando una soluzione.

Rimase senza fretta, perchè ci sono cose che bisogna vivere nel profondo. E il profondo, se si va di fretta è difficile da trovare. Quando fu il momento si incamminò e si diresse verso la città, quasi convinto di percorrere quelle strade in compagnia di chi aveva incontrato, lì dove riposavano.

La prima destinazione fu la casa di Ghiselda. Entrò e la trovò con il viso sereno del mattino, pronta ad accoglierlo, come sempre, con una semplicità disarmante che sembrava aprire ogni angolo di sè e della casa. La donna ricambiò il mazzo di fiori con un sorriso così lungo e lo sguardo così intenso che potevano soltanto chiudersi con un bacio. E glielo diede sulla fronte, come si fa a una creatura di cui si ha cura perché quella forma di benedizione raggiunga direttamente i suoi pensieri.

“Bentrovata!” esclamò Gino e prosegui: “è ora che ci mettiamo al lavoro”. Ormai ci sono tutte le condizioni per iniziare e non abbiamo più nulla da attendere”
Giselda lo guardava con attenzione e sorpresa, senza trascurare lo spazio per l’affetto e avvertiva di avere davanti a sè una persona decisa, determinata, praticamente diversa. ma guardandolo negli occhi lo ritrovò. Era il solito Gino, ma adesso sembrava più sicuro. Forse si sentiva meno solo e più determinato.

“Ho pensato” proseguì Gino “di incontrare tutti quelli che vogliono lavorare con me. Ci organizzeremo e cominceremo subito.” E chiuse affermando: “il tempo è prezioso!”

Giselda si avvicinò e lo guardò con uno sguardo avvolgente per esprimergli il suo apprezzamento e la completa dedizione alla causa. Quindi, con un tono leggero, ma sincero gli disse: “Son pienamente d’accordo. Dimmi che cosa posso fare per te. Io non sono così brava, ma sai che sono al tuo fianco”.

Gino tirò fuori il coraggio che ormai frequentava con padronanza da qualche ora e guardò la donna con una dolcezza nuova che prima teneva imbrigliata dalla paura o dalla mancanza di abitudine. E le disse: “tu sei importante e mi dai molta forza. Mi piacerebbe che potessi incontrare qui le persone che dovrò vedere. Tu mi aiuteresti ad accogliere. E soprattutto mi faresti sentire a mio agio”.

La donna tradì una leggera emozione e lanciò lo sguardo altrove per non essere vista. Gino si accorse, ne fu felice, ma finse di non avere notato, per evitare di ritrovarsi nella stessa situazione. E poi, perchè, adesso avrebbe dovuto vestire i panni dell’uomo d’affari, quindi provò a indossare atteggiamenti operativi e a duro.

Telefonò al nipote, illustrandogli le sue intenzioni e lo invitò a informare anche Norma, mentre Gisela si era recata a casa di Gerardo. Quindi, seguendo le istruzioni di Giselda, si accomodò nella sala dove c’era un bel tavolo rotondo che la donna aveva liberato e profumato per consentire a Gino di sistemare lì il suo quartier generale.

In poco tempo quella casa si trasformò. Il tavolo si riempì di carte con appunti, disegni, idee, progetti. E ciascuno era impegnato in qualcosa. C’era chi si sarebbe occupato degli aspetti burocratici e dei rapporti con lo Stato italiano. C’era chi studiava quali attività insediare in quell’area. C’era chi consultava la rete per trovare situazioni analoghe e capire quali erano stati gli ostacoli incontrati. C’era chi studiava gli aspetti di natura fiscale e le questioni legate alle modalità di impiego dei lavoratori.

Dopo diverse ore di lavoro intenso e appassionato vennero fuori le prime proposte. Si decise che cosa fare, da chi approvvigionarsi, chi avrebbe dovuto occuparsene e chi avrebbe curato ogni aspetto amministrativo. Riuscirono anche a coinvolgere il funzionario dell’agenzia locale della banca per verificare le condizioni di finanziamento e di deposito delle somme.

Si fermarono solo quando Giselda li invitò a spostarsi nella stanza accanto per mangiare tutti insieme e proseguire davanti al profumo delle pietanze sulla tavola imbandita, dove campeggiava un bel mazzo di fiori. Quelli che aveva portato Gino.

Mentre tutti parlavano, tra piatti e calici, squillò il telefono di Gino.

Era un numero a lui sconosciuto. Per abitudine ebbe un attimo di preoccupazione. Poi si ricordò della sua nuova condizione e rispose. Rimase al telefono qualche minuto e poi rientrò nella sala nel silenzio generale che segnava l’attesa e la curiosità di tutti.

“Era un funzionario dell’ente che produce energia elettrica” disse Gino. E proseguì: “evidentemente ha letto il rapporto che gli ha fatto quel signore e adesso mi vuole, anzi, scusatemi, ci vuole incontrare per concordare le condizioni per mantenere i tralicci. Mi ha anche detto che, quando ci vedremo potremmo anche parlare della possibilità di impiantare una centrale elettrica.”

“ E tu che gli hai detto?” chiese Gabriele

“Gli ho detto che ne avrei parlato con il Comitato direttivo, che siete voi, nominati da me per l’occasione e che sicuramente avremmo valutato soltanto iniziative che rispettano l’ambiente”

Tutti si liberarono in un applauso e in un brindisi… alla salute del Comitato direttivo.

(segue)

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