da XI a XV

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XI –

Da lì a poco si scatenò un trambusto.

Dall’altra parte del fiume si era fermata una carovana di auto di diverse dimensioni. Dalla prima auto scese un tizio abbronzato, con un orologio luccicante al polso, sopra un paio di scarpe nuove di zecca e si mise a urlare, con il tono da padrone, rivolto al territorio nel suo complesso: “c’è nessuno? C’è una strada per passare dall’altra parte?

Ma il territorio non si scompose.

Con il tempo il numero delle auto aumentò e poichè il regime delle acque era contenuto e i mezzi erano di quelli denominati “fuoristrada”, anche se vengono usati per andare da casa al grande magazzino, dopo che la prima auto ebbe guadato il fiume, lo fecero anche tutte le altre.

Si fermarono tutte davanti alla porta di Gino che guardava impassibile la scena dalla finestra, non sapendo che tipo di reazione scegliere.

“signor Gino, dobbiamo vederci!” disse con tono imperativo il tizio abbronzato.

Gino, senza fretta, scese le scale, aprì la porta e uscì, trovandosi in mezzo a quel numero di persone, ciascuna delle quali, sembrava avesse bisogno di qualcosa, proprio da lui.

“Eccolo!” disse uno di loro.

Gli vennero subito incontro tre persone: una con una telecamera in spalla, una con un microfono e uno più giovane che teneva i cavi. Quello con microfono, guardando verso la telecamera cominciò a parlare. Quando finì si rivolse a Gino, dando indicazioni di inquadrarlo, dicendo: “dunque lei, si è trvato proprietario di un terreno che non appartiene a nessuna nazione in particolare. Che cosa ci dice al riguardo?”

“Che cosa volete che dica! Una vera fortuna” disse un tizio accanto a lui, che indossava una tuta con l’insegna di una società sconosciuta.

“Sì, ma sia chiaro” si intromise l’uomo abbronzato con l’orologio d’oro “ma no! il nostro caro signor Gino ha bisogno di trovare qualcuno che valorizzi la sua terra. E ha avuto la fortuna, quella sì, di trovare noi che ci riusciremo benissimo”

“bene! disse il cronista “quindi lei, signor Gino, ha già trovato il modo di utilizzare in modo produttivo il suo terreno!”

“ma scusi!” si intromise un ragazzo biondo con un tatuaggio con la scritta “la squadra nel cuore e nella pelle”, ma come fa a esistere un posto che non appartiene a nessuna nazione? Gli serve un passaporto per andare a fare la spesa”

“Giusto” disse il cronista “quindi lei adesso, in qualche modo è isolato dal mondo. Come ha pensato di risolvere il problema?”

“certamente” intervenne un signore elegante con un cappello in testa “servirà un accordo con lo Stato italiano” e rivolgendosi verso la telecamera aggiunse “se permette mi presento, sono un avvocato dello studio associato “con la toga non si affoga s.r.l.” noi abbiamo già approntato le convenzioni necessarie con lo Stato italiano e preparata la proposta, da sottoporre al signor Gino per fargli scegliere l’annessione di questo nuovo Stato all’Unione Europea o agli USA o se ritiene alla Russia. Abbiamo già contattato i rispettivi ambasciatori in Italia”

“Bene” aggiunse il cronista “ma quante novità!”

“Non sono finite” intervenne un altro con una valigetta, che tutti sembravano di conoscere “noi abbiamo portato i documenti per stabilire qui la sede del nostro partito, così, finalmente fermeremo la prepotenza della magistratura che, certamente, in questo territorio, non ha alcuna giurisdizione”.

Tra la folla si udì un applauso e qualche “giusto!”

“Scusa Gino” urlò una voce dal fondo “ma tu, quindi, non sei obbligato a pagare le tasse. Giusto?

“ma certo!” aggiunse il cronista, che non sapeva più in che direzione rivolgere la telecamera.

Ormai sembrava di assistere a una gita scolastica. Ciascuno diceva la sua, immaginando scenari possibili e confidandoli al vicino o esponendoli a voce alta, con l’intento di interessare il cronista e riuscire ad andare in diretta.

Non mancò chi approfittò per fare un saluto alla mamma.

L’entusiasmo fu rotto da una affermazione che, nelle intenzioni, voleva essere sommessa, ma arrivò alle orecchie di tutti: “in verità le cose non stanno proprio così”.

Il cronista fece un balzo e si avvicinò “lei dice che non è così, perchè ?”

Gino guardò l’uomo che aveva affermato quella frase e riconobbe il funzionario che lo aveva ricevuto in quella stanza da cui era fuggito.

“Lui è uno bene informato!” affermò un operaio che era rimasto a guardare con interesse “è dell’ufficio che si occupa di queste cose”

“Dunque lei è un rappresentante delle istituzioni?” domandò il cronista

“Non in questa sede” interruppe il funzionario “qui sono presente in veste di consulente della società Cemento amico s.p.a, non vorrei mischiare le due cose… anche perchè sono stato nominato componente della commissione che si occuperà del problema. Volevo solo dire che la questione è all’esame degli uffici e dei funzionari come me che, in modo competente e imparziale diranno l’ultima parola sulla questione”

“ma che dice!” aggiunse un uomo con i capelli bianchi lunghi che aveva seguito tutte le discussioni dalla sua auto “ho qui con me i documenti che provano la piena autonomia e indipendenza dell’area e ho già la proposta di riconoscimento dello Stato autonomo da parte di Andorra, Liechtenstein e San Marino. Attendo la risposta dalla Città del Vaticano e dal Kurdistan. Dobbiamo solo decidere che nome dare a questo posto”

“L’isola di Gino!” disse dal fondo una ragazza che era venuta al seguito di un’impresa di costruzioni per vedere se poteva esserci qualche opportunità di lavoro.

Ci furono apprezzamenti, proposte diverse, confronti accessi. Il cronista approfittò dell’occasione per lanciare un concorso dal titolo “che nome dareste alla terra di Gino?”

Lo sponsor si era trovato in un baleno. Si trattava di una società di pompe funebri che assicurava il servizio scontato al 50% per chi avesse scelto il nome che sarebbe risultato gradito al proprietario.

Gino, stanco di tutta quella confusione inconcludente, provò ad avviarsi verso casa, ma venne fermato da un rumore intenso, insistente e inusuale.

A pochi passi da casa sua, stava atterrando un elicottero!

 

XII

 

Non bastava la folla. Adesso anche il frastuono!

Si alzò un vento che pareva un turbine. Ogni cosa che fosse leggera e non ancorata saldamente volò in aria, andando a depositarsi in un posto a caso. Tutti rivolsero lo sguardo verso il bestione a motore che, dopo essere atterrato, sputò fuori un tizio con in mano una valigetta.

Gino era l’unico a contrastare quel clima di concitazione e chiasso. Guardò la scena rimanendo fermo sulla porta di casa. In fondo, pensava, tutti quelli erano piombati a casa sua, senza nemmeno essere stati invitati, né si poteva dire che fossero graditi. Senza scomporsi gli scappò persino una mossa di ilarità guardando quel tizio che scendendo dall’elicottero, attraversava la zona ancora invasa dal vento creato dal rotore, tenendo, con una mano, la giacca, per evitare che tutto ciò che conteneva volasse via e con l’altra, la valigetta che conteneva chissà cosa.

Si accorse che tutta quella gente vestiva allo stesso modo, usava le stesse parole. Avevano tutti una soluzione da consigliare a qualcuno, un malfunzionamento causato da qualcun altro e litigavano, facendosi la guerra a vicenda. C’era poi una cosa che lo aveva colpito, da sempre: tutta questa gente pensa di essere evoluta, moderna e organizzata, ma quando vai nei loro uffici, trovi disordine e hanno sempre un problema da risolvere che non gli consente di fare ciò che si dovrebbe. E poi hanno tutti facce tristi, come se fossero in condizione di schiavitù. In campagna queste cose non succedono e persino gli animali sembrano felici di fare la loro parte. E le persone, senza il bisogno di avere fatto tutti quei loro studi e frequentato le loro scuole, fanno il proprio dovere e sanno rispettarsi fino al punto da sorprendersi se qualcuno non lo fa. Non cercano la vita comoda e soprattutto, non piombano a casa della gente, anche dall’alto, senza essere invitati, a meno che non si tratti di una festa o di un funerale.

Ma soprattutto lo incuriosiva quella valigetta che ciascuno portava. Gli veniva in mente il vecchio dottore, Osvaldo, che girava sempre con la sua borsetta cicciotta, da cui ci si aspettava che tirasse fuori qualche ritrovato tecnico o qualcosa di miracoloso, ma alla fine prescriveva a tutti la stessa aspirina o nei casi più gravi, gli antibiotici. Ricordava che una volta, insieme agli altri ragazzi, approfittando che il medico fosse impegnato in un’altra stanza, aprirono la borsa per curiosarvi e vi trovarono un panino e un pezzo di formaggio, accanto allo stetoscopio e a una scatola di alluminio che, sicuramente custodiva una siringa del tempo, di quelle che, prima dell’uso, dovevano essere bollite.

Il tizio con l’elicottero e la valigetta si avvicinò alla sua porta e lo invitò a entrare, come se fosse casa sua. Gino lo accontentò e ci mancò poco che, con un gesto automatico, lo ringraziasse per l’invito.

“Signor Gino!” esclamò, mentre si sedeva e invitava Gino a fare altrettanto accanto a lui “Lei non mi conosce!”

Gino pensò: “finalmente un’affermazione vera”. Ma sapeva che era un trucco che usavano quelli che ti vogliono raggirare, cominciano con l’apparire sinceri… e poi… si sa dove vanno a parare.

“Ormai si fa un gran parlare della sua situazione. Ed è inutile che lo nascondiamo, lei si trova in una condizione, a dir poco, geniale. Si rende conto che, non essendoci uno straccio di documento che provi l’appartenenza del suo terreno a una nazione, lei è un uomo libero? Forse l’unico uomo libero sulla faccia della terra! Tutti dobbiamo dare conto a qualcuno. Siamo obbligati a registrare la nostra nascita presso uno Stato, altrimenti è come se non esistessimo, siamo obbligati a obbedire chiunque si metta a capo, non importa come e quando e non importa cosa facciano o dicano, siamo obbligati a pagare le tasse per le spese che fanno i governanti, altrimenti ci arrestano. Mi consenta di dirlo: lei si trova in un paradiso!”

Gino rimaneva impassibile e non vedeva l’ora che quel tizio decidesse di avere finito il solito discorso che, certamente, si sarebbe concluso con una proposta che… gli avrebbe tolto ogni diritto su quello che aveva chiamato il suo paradiso.

“Mi perdoni la mia invadenza” proseguì l’uomo “e la prego di considerarmi come una persona che vuole aiutarla. Si metta pure comodo, mi ascolti bene e se vuole, prenda pure qualcosa da bere. Si serva pure!”

Gino stava per assecondarlo, ma poi si ricordò che si trovava a casa sua e non gli andava di accettare l’invito a bere da parte di estranei. Decise di soprassedere e continuò a guardarlo con l’espressione di chi non si aspetta nulla di nuovo.

“Dunque” riprese il tizio venuto dall’alto “la sua condizione è invidiata da molti. Io voglio essere diretto e sincero. Sappiamo tutti che il sottosuolo del delta del fiume è pieno di petrolio. E sappiamo bene che se non si è ancora provveduta a impiantare un sistema di trivelle è soltanto per ragioni politiche. E sappiamo tutti e due che queste forze che si oppongono possono agire nel territorio italiano, ma non possono fare nulla se, come sappiamo, si tratta di un territorio… diciamo, estero. Quindi, se lei ci concederà di installare gli insediamenti, come immagina, ce n’è per tutti!

Disse proprio così “sappiamo tutti”, “sappiamo tutti e due”. Gino non sapeva un bel niente di quella roba e francamente preferiva rimanere in quella condizione. E poi che voleva dire “ce n’è per tutti”. Di cosa? Di petrolio, di ricchezza, di fama?

Fu in quell’istante che suonarono alla porta. O meglio, bussarono, perché Gino, come sappiamo, non aveva mai installato il campanello. Andò ad aprire a gli apparve il postino con, sullo sfondo, le persone di prima che gettavano lo sguardo curiose e attendevano di conoscere l’oggetto della conversazione con l’uomo all’elicottero.

Gino fece entrare l’amico postino che gli fece una confessione, con gli occhi bassi: “mi devi perdonare, ma qui ormai è tutto un caos. Questa lettera è diretta a te, ma… me l’hanno strappata dalle mani e l’hanno aperta. Non ci crederai. Tu conosci Armando, il figlio della Rosina, quello che lavora in Comune. Ebbene, questo matto, che diciamocelo, non ti è mai stato amico, nella lettera ti scrive che…”

Il postino si blocco’ per la commozione e poi riprese “ti scrive che devi restituire la carta d’identità perché non risulti residente nel territorio italiano e che, poiché non sei nemmeno cittadino europeo, non puoi circolare se non hai un passaporto regolare, rilasciato da una nazione che sia stata riconosciuta dal nostro Paese”.

Disse questo sottovoce, ma nella piccola stanza si sentì ogni cosa. L’uomo con l’elicottero, colse l’occasione per intervenire dicendo “non si preoccupi, anche questo possiamo risolverlo facilmente. Le faremo avere la nazionalità di un Paese dell’Unione europea”

Gino si fermò, preoccupato. Guardò i suoi ospiti e disse: adesso voglio che mi lasciate in pace e da solo. Vi chiedo la cortesia di dirlo a tutti quelli che sono lì fuori. Portateveli via con voi.

“Non sarà facile!” disse l’amico postino “anche se chiami la polizia, quelli qui non ci vengono perchè non hanno giurisdizione. Tu, praticamente… vivi all’estero”.

Gino alzò l’ingegno, guardò entrambi gli ospiti e disse: “bene, adesso andate via e dite a tutti quegli sfaccendati che stanno qui fuori che ho già deciso e che proprio questa mattina, prima che veniste ho già firmato un accordo. Domani lo saprete. Adesso, però andate via e portatevi tutti con voi”

Gli ospiti uscirono salutando Gino, con gli occhi bassi, come se avessero appreso di un lutto. E intanto fuori correva voce dell’accordo e ciascuno man mano che si allontanava faceva pronostici, contento di tornare a casa con una notizia “in esclusiva” e appresa “in prima persona”.

 

XIII

 

Quella che passò fu una notte tormentata e interminabile. Tutto avrebbe pensato nella sua vita tranquilla e lontana, tranne ciò che gli era capitato negli ultimi giorni. Aveva il suo modo discreto di vivere nella comunità in cui era nato. Non si intrometteva, non prendeva mai posizione contro qualcuno, ma era sempre pronto a essere solidale, tutto le volte che era stato richiesto. Ma questa sua discrezione e la lontananza dai pettegolezzi era stata considerata come una estraneità. E’ proprio vero che la gente non cerca amici, ma solo complici. Ti vogliono bene tutti finché dai loro ragione, anche quando hanno torto, ma se ti mantieni nell’equilibrio del buon senso, non sei più un vero amico.

Adesso, poi, si trovava nella strana situazione di essere considerato estraneo, persino straniero, espulso dal contesto sociale. Però, allo stesso tempo era ricercato da tutti. E persino invidiato.

Questo modo superficiale di intendere ogni cosa gli dava fastidio.

“E poi”, pensava, “che strano! Questa é gente che si stima così poco da ritenere importante e migliore di loro, chi riesce ad andare via e persino chi diviene estraneo. Non ci vuole uno studioso per capire che, se ti invidiano la tua estraneità, evidentemente é segno che quelli dall’altra parte del fiume non stanno poi così bene”.

Gli era scappato di chiamarli proprio così: “quelli dall’altra parte del fiume”.

Era la prima volta. Gino non era mai stato un frequentatore assiduo della comunità cittadina, ma certamente sentiva di farne parte. Aveva amici di scuola e d’infanzia, cugini “lontanI” e comunque, in un modo o nell’altro, si conoscevano tutti. E invece adesso era arrivato al punto da considerare i suoi concittadini, come degli estranei. Non lo aveva pensato con cattiveria. Era solo una considerazione, quasi difensiva, visto che gli altri già lo avevano dichiarato formalmente estraneo.

Si riferiva a quel documento che sanciva, in modo chiaro e formale la sua perdita di identità. Dunque, non aveva più documenti validi, non aveva un Paese di origine, nè un codice fiscale. Insomma, non esisteva più. Ma come era possibile tutto ciò?

La questione era così complessa che decise, di buon mattino, di andare a trovare qualcuno che sapesse parlare guardandolo negli occhi, magari, senza fare domande o dare consigli inutili, ma, come fanno gli amici veri, per aiutarlo a trovare la strada da seguire.

Si vestì, come tutte le altre volte e si incamminò. Arrivato all’altezza del ponte rotto si accorse del disastro che avevano lasciato i “metropolitani”. Lui chiamava così quelli che venivano dalla città, che si emozionavano nel vedere le foto di albe, tramonti, fiumi e campagne, ma quando si trovavano in mezzo alla natura sapevano solo servirsene e rovinarla.

Qualcuno aveva steso un tappeto di pietre per facilitare il passaggio dei fuoristrada. Gino lasciò correre e andrò dritto alla meta. Era diretto a casa di Giselda.

Entrò in paese, come tante altre volte, ma avvertiva che qualcosa era cambiato. Le altre volte gli era capitato di incontrare persone conoscenti o indifferenti. I primi si distinguevano dai secondi perchè lo salutavano, anche se ogni tanto qualcuno passava dalla prima categoria alla seconda, ma fa parte della vita. Adesso, invece si era formata un’altra nuova categoria: quella dei curiosi.

Si sentiva osservato da tutti. Gli unici indifferenti erano gli animali che, per fortuna vivevano in un modo tutto loro e per questa ragione sapevano provare affetto, senza portare mai rancore e badavano all’essenziale.

Lui continuò a testa bassa lungo un percorso che conosceva da sempre, come se fossero nati insieme. E quando alzava la testa per incontrare uno sguardo, leggeva espressioni di muta curiosità e imbarazzo, come se incontrassero un poveraccio.

Qualcuno gli sorrideva, qualcun altro lo salutava. E da questo aveva capito che non avevano tutti lo stesso pensiero. Gli bastò il sorriso di un’anziana signora, con gli occhi che non trattenevano il piacere di vedere quel Gino che aveva visto crescere, percorrendo la stessa strada. E poi il saluto “normale” di un vecchio conoscente che, come tutte le altre volte, gli aveva lanciato il suo “ciao Gino”, senza niente di diverso che un semplice benvenuto nella sua giornata.

Facendo questi pensieri arrivò fino all’abitazione di Giselda. Aveva portato con sé un cesto di albicocche, un po’ per rispetto di quella educazione che ancora girava da quelle parti, un po’ per ricambiare le sue attenzioni, di quella volta che era venuta a trovarlo insieme a quella bolgia.

Bussò alla porta e gli apparve il sorriso di quella vecchia amica di sempre “ma che sorpresa! Vieni, stavamo parlando proprio di te con Gerardo. Mettiti seduto che ti faccio un bel caffè e assaggi anche i dolcetti che ho appena sfornato”.

Gino stava per scoppiare in lacrime. Si sentiva accolto, come se fosse a casa sia. Riconosceva quei modi ed era a suo agio. Salutò Gerardo e si mise nella sedia libera intorno al tavolo, dove i due stavano conversando… parlando di lui.

Cominciarono a scambiarsi gli sguardi, che tra gli amici, quelli che ti vogliono bene, sanno dire molto di più delle parole, in attesa che arrivasse il caffè per dare inizio alla conversazione.

Il caffè borbottò con prepotenza spandendo il suo odore fino all’interno dei pensieri di Gino. Ma a risvegliare quella calma non fu la bevanda.

Sentirono bussare con prepotenza alla porta.

Giselda andò ad aprire e si sentì una voce “abbiamo avuto notizia che qui a casa tua stai ospitando un clandestino!”

“Ma che cosa dici?” ribatteva Giselda stupita

“Lo hanno visto in tanti. Sappiamo che Gino è venuto qui da te. Lui non è un cittadino italiano e non può entrare nel nostro Paese se non è in regola. Non ha più nemmeno i documenti, quindi è un clandestino. Adesso chiamiamo i Carabinieri e ti facciamo arrestare per occultamento di clandestino!”

Quel tipo di reato, non si era mai sentito prima, ma tutta la conversazione, concitata era arrivata alle orecchie di Gino e di Gerardo.

Giselda in preda alla rabbia e con gli occhi umidi di pianto chiuse la porta con violenza e si fermò con le mani sul viso per nascondere lo sgomento.

Intanto fuori urlavano: “Io vado a chiamare i Carabinieri. Voi rimanete qui e non lo fate uscire!”

 

XIV

L’atmosfera serena e amichevole sembrava compromessa. Il mondo intorno a Gino si era rivoltato del tutto. Lui era lo stesso. Era quello di prima, ma c’era qualcosa che non capiva che aveva messo tutti in agitazione e contro di lui. Si sentiva vittima di una questione burocratica, ma c’era chi gli attribuiva qualche colpa. E di che cosa? Quanto avrebbe voluto che tutto fosse regolare.

E poi, aveva sentito bene? Che cos’era quella storia per cui, adesso, sarebbe considerato un “clandestino”? Come poteva essere considerato, improvvisamente, straniero dai suoi concittadini? Dalla gente con cui era cresciuto, con cui aveva giocato, aveva frequentato le scuole elementari. E con molti di loro era anche legato da parentela. É pur vero che i parenti sono quelli che frequenti mal volentieri, ma non basta questo per essere considerati estranei o clandestini.

Era un mondo in cui non si riconosceva, di cui avrebbe voluto fare a meno, ma con cui doveva fare i conti. Prima la questione burocratica, adesso questa strana reazione. Capì che, in tutti questi anni di solitudine si era perso qualcosa delle nuove usanze. Ma non se ne pentiva. Voleva solo capire che cosa fare.

I tre si guardarono in silenzio. Gino capì dai loro sguardi che non era solo. Nell’aria non c’era preoccupazione. Al contrario, sembrava che i suoi amici più vicini vivessero la cosa come un affare di famiglia. Una situazione per la quale tutti si sentivano impegnati in prima persona a contribuire alla soluzione.

Gerardo era seduto, raccolto nelle spalle, con le mani giunte e lo sguardo nel vuoto, come se stesse elaborando una soluzione. E toccò a Giselda il compito di riportare l’armonia in casa.

“Prima che ci interrompessero stavamo prendendo il caffè” disse “prendiamolo e non voglio che i miei dolci si raffreddino o sappiano di altro”.

Non c’era alcun rischio che sapessero di “altro”, pensava Gino. Si sentiva protetto e sapeva bene che ciò che non riusciva a capire lui, stavano cercando di capirlo quei due che facevano di tutto per proteggerlo da ciò che stava accadendo fuori.

Ma furono interrotti. Bussarono alla porta e tutti tornarono a guardarsi negli occhi. Gerardo si alzò, gonfiando il petto, come se volesse mostrarsi pronto ad affrontare una furia. E si fermò quando Giselda dolcemente gli sfiorò la mano, invitandolo a rimanere seduto.

“Chi è?” disse come se aspettasse visite di cortesia, nascondendo la sua agitazione.

Si sentì una voce, al di là della porta: “sono MIchele. Aprite. Tranquilli, non c’è nessuno”

Era il nipote di Gino che aveva saputo del trambusto ed era venuto lì, in prima persona per capire che cosa fosse successo.

Michele entrò e si presentò spavaldo dicendo: “Buongiorno a tutti. Ecco il clandestino” disse sorridendo, rivolto allo zio. E fingendo di telefonare, prese il telefono spento e lo avvicinò all’orecchio dicendo “pronto, ci siete? Vi confermo che lo straniero è qui, portate milizie e carri armati e circondate la casa!”

Tutti scoppiarono a ridere.

“Scusa, ma il caffè per me?” aggiunse, rivolto a Giselda “prima gli italiani! voglio il caffè e i biscotti prima di lui!”

Si ritrovarono tutti e quattro, come forse non avevano mai fatto, a sorridere e ricordare le loro bravate e quelle degli altri che si raccontavano in Paese.

“Tu che vieni da fuori, ci dici che cosa succede in Paese?” disse Gerardo rivolto a Michele.

“Non è così grave come sembra” iniziò il ragazzo “ma non è nemmeno da dormirci sopra. Lo sapete per quale motivo ce l’hanno con lo zio Gino? Tutto nasce da una storia che gira in paese per la quale lui sarebbe colpevole di avere distrutto le carte da cui risultava l’appartenenza del terreno all’Italia. Dicono che avrebbe corrotto un funzionario. Infatti lo hanno visto andare negli uffici, dove non si era recato mai. E poi ne dicono diverse. C’è chi dice che voglia fare un grande centro commerciale, chi dice che fuggirà con i soldi, chi dice che i soldi li ha già intascati, e via dicendo. Ma soprattutto c’è un piccolo gruppo di matti che fomenta tutti perchè dice che vuole difendere la nazione dall’invasione degli stranieri. A capeggiarli c’è proprio l’Armando, quello che lavora all’anagrafe e ti ha scritto quella lettera e ha deciso che se non restituisci la carta di identità ti denuncia per una serie di reati di sua invenzione, ma a cui tutti hanno creduto. Adesso sono tutti dai carabinieri e stanno mettendo in croce il povero Peppino, il brigadiere, che proprio non riesce a fermarli e…”

Bussarono di nuovo alla porta.

“che casa movimentata!” affermò Gino “la più frequentata dell’intero paese”.

Giselda si alzò rassererenata dalla conversazione e con tono tranquillo, quasi canzonatorio pronunciò la solita frase: “chi è?”

“Carabinieri. Scusi signora, potrebbe aprire?”

Tutti nella casa nascosero la tensione, che però c’era. E Gino pensò persino di nascondersi per intero, ma lo dissuase il nipote.

Giselda aprì e trovò una folla di persone che si accalcavano davanti alla sua porta con l’Armando a fianco di Peppino, il brigadiere. E fu quest’ultimo a rivolgersi a lei guardandola negli occhi.

“scusi signora se irrompo a quest’ora e all’improvviso, ma i signori qui presenti hanno presentato un esposto dove risulterebbe che presso la sua abitazione sia ospitato un clandestino”.

Mentre diceva questo, approfittando del fatto che tutti guardavano Giselda, il carabiniere, assicurandosi che nessuno lo guardasse, strizzò l’occhio e fece una smorfia come se volesse lasciare a intendere che era venuto fino a lì solo per far contento quella gente.

E proseguì: “quindi le chiedo formalmente se presso questa abitazione o altre di cui lei risulti proprietaria o di cui abbia il possesso, a qualunque titolo, nel rispetto delle vigenti disposizioni di legge, corrisponde al vero quanto da questi signori é stato segnalato. Cioè….”

Lo interruppe Giselda che guardandolo negli occhi, fingendo di non essere in confidenza disse: “non occorre che prosegua. Ho capito bene e posso affermare che non ospito nessun clandestino, né qui, né altrove”

“Bene!” Esclamò Peppino

“Ma quale bene?” Irruppe Armando “mica possiamo accontentarci di ciò che ci dice! E poi, Peppino, hai appena detto che ti scusavi per l’irruzione. E allora facciamola questa irruzione!”

Si sentì un vocio di approvazione e l’invito all’uso della forza.

“Scusate” aggiunse il carabiniere, guardando la folla, ma con lo sguardo rivolto a metà anche verso Giselda “io non posso accedere presso un’abitazione privata in assenza di una specifica autorizzazione rilasciata dal magistrato competente”.

“E allora entriamo noi!” Vociò un energumeno tra la folla, seguito da gemiti di approvazione.

“Signori” riprese il carabiniere “con queste cose non si scherza. Se qualcuno di voi vorrà forzatamente entrare presso la dimora della signora sarò costretto ad arrestarlo per violazione di domicilio”

Giselda nascose un sorriso e avrebbe voluto abbracciare il giovane carabiniere. Si limitò a lanciargli uno sguardo di compiacimento che qualcuno colse, ma ormai c’era poco da fare. I due si scambiarono un cenno di saluto apparentemente freddo e informale e la donna lentamente si ritirò, come se non volesse apparire scortese o violenta.

Tra mormorii, improperi, insulti e considerazioni pettegole l’adunata si sciolse, accompagnata da considerazioni del tipo “che siamo venuti a fare” o “ma non finisce qui”.

Gino, Gerardo e Michele avevano ascoltato ogni cosa, ben nascosti, nel timore di essere visti e di scatenare le reazioni dei rivoltosi.

“Anche questa è andata!” esclamò Giselda

“Sì, è andata, ma la questione non è ancora definitivamente risolta” e rivolto a Gino aggiunse “ma dicci, in sincerità, è vera questa storia che hai trovato un accordo con qualcuno oppure è solo una trovata per liberarti da quelle zecche?”
“Ma certo che non è vero!” interruppe il nipote “però questi torneranno alla carica, ma adesso il problema è un altro. Non è più quello del terreno è un altro. Ed è molto più urgente da risolvere”

“E quale sarebbe?” disse Gerardo incuriosito

“Il vero problema è che lo zio Gino, se viene dichiarato straniero, non appartenendo a nessun Paese, non può circolare. E non ha diritto a nulla, perchè non è cittadino italiano, nè residente.”

Piombò il silenzio e lo sguardo di tutti si posò su Gino che continuava a guardare in basso, ascoltando ogni cosa, meditando dentro di sè.

“Ma una soluzione ci sarebbe” intervenne MIchele

“E quale sarebbe” ribattè incuriosito Gerardo

“Ve la dico, ma non prendetemi per matto”

“tranquillo che non lo faremo”

“Ebbene, tutto si risolverebbe se lo zio, ehm…, insomma, se lo zio si sposasse con una donna italiana”

Nella stanza piombò l’imbarazzo. Il nipote guardò ciascuno per cogliere la reazione alla sua proposta. Gerardo aveva l’aspetto di chi meditava la proposta e le sue conseguenze. A Giselda cadde dalle mani una tazzina bianca che stava asciugando dopo averla lavata che si frantumò in tanti pezzi, tutti piccoli, disordinatamente sparsi sul pavimento, ma nessuno si accorse di nulla, ciascuno assorto nei suoi pensieri.

Gino diventò paonazzo, spinse gli occhi ancora più in basso e lentamente si diresse verso il bagno, sperando di fuggire, come se non stessero parlando di lui

 

CAP XV

Questa volta toccò a Gerardo cercare una via d’uscita da quella situazione dove si accavallavano la confusione, la tensione e adesso anche l’imbarazzo. Si alzò in piedi e con voce ferma disse “vado a prendere il mio furgone e lo porto qui davanti così portiamo Gino a casa. Ma se lui vorrà, sarà bene che qualcuno di noi rimanga a fargli compagnia. Ne sta vivendo troppe di situazioni!” E uscì senza attendere il consenso degli altri.

Dopo pochi minuti bussarono alla porta ed era Gerardo con il suo furgone, un mezzo che sembrava particolarmente idoneo per l’occasione. Lui e Giselda, infatti, si accomodarono nei sedili anteriori, mentre Gino e Michele si fiondarono, come se fossero inseguiti, nella parte posteriore, protetti dai vetri oscurati. Peraltro, nel dubbio, il nostro Gino aveva indossato un passamontagna, che, per la troppa precauzione, gli copriva tutto il volto, come se uscisse da casa con l’intenzione di fare una rapina, tanto che faceva fatica a vedere dove mettere i piedi. Ma il tragitto era breve e c’era sempre qualcuno pronto a guidarlo, passo passo.

Si misero in cammino guardando la città con occhi diversi, come se volessero nascondere qualcosa a chi li vedeva passare. Gino era separato dalla città da un vetro a cui era stata data una mano di vernice, per oscurare la parte interna del mezzo. Ma a guardare con attenzione, dall’interno, tra i segni lasciati dal pennello, si riusciva a scorgere ciò che, man mano, si attraversava. Gino quelle strade le conosceva bene. Era la sua città, ci aveva vissuto, giocato, studiato. Ci era nato. Perchè avrebbe dovuto apparirgli diversa? Riconosceva il giardino curato di Evandro che sembrava un dipinto sempre nuovo a seconda delle stagioni. Non lo scalfivano nemmeno le piogge. Lui sapeva mantenerlo in ordine anche con le intemperie.

Intravide anche la palazzina dai due colori che gli era rimasta impressa da sempre. Era per metà bianca e per l’altra metà marrone, a causa di una contesa tra i figli che l’avevano ereditata. Una parte sembrava curata e fresca di pittura, mentre l’altra era abbandonata agli effetti del tempo e delle stagioni. E nel complesso, le due parti facevano un insieme disordinato e senz’anima.

Attraverso fessure lasciate dalla pittura del finestrino intravide ogni cosa. Angoli di vita, alberi di un tempo, persone vecchie e persone nuove, ma con i tratti a lui familiari e si sentiva a casa. Anzi, era sicuro di esserlo, anche se qualcuno non la pensava allo stesso modo. Ma quella, come per effetto di un diritto che è al di sopra di ogni cosa, era casa sua.

Il furgone attraversò la città senza problemi. Ma all’improvviso Giselda interruppe la corsa dicendo:

“Fermati! C’è il parroco. Parliamo con lui. certamente ci potrà aiutare. La mia povera mamma, quando aveva un problema andava in chiesa e ritornava più serena. Qualche volta anche con la soluzione”

Gerardo si fermò e avvicinò il mezzo al marciapiede. Giselda abbassò il finestrino e si sporse per salutare il parroco.

Questi gli rispose con un gesto che appariva più ecumenico che spontaneo, come una benedizione recitata a mezza bocca, per poi tirare dritto.

“don Piero!” intonò Giselda, provando a interferire nelle occupazioni del prete “vorrei parlarle un attimo”

Il parroco si voltò, rallentando la sua corsa, ma senza interromperla e con un sorriso di cortesia, toccò l’orologio, per indicare che andava di fretta. Poi fece un cenno che voleva intendere “vediamoci in parrocchia”, accompagnato da un gesto con la mano destra, con il mignolo alzato che tagliava l’aria in senso orizzontale, per significare “tra mezz’ora”.

Giselda decodificò ogni cosa e la tradusse ai suoi compagni di viaggio.

“Dunque abbiamo un po’ di tempo” disse il nipote che rivolgendosi a Gino proseguì: “zio, ti serve qualcosa dalla metropoli, prima di espatriare?”

Tutti scoppiarono a ridere, come se fossero in gita e Gerardo imboccò la strada in direzione della bottega della zia Maria. La chiamavano così, non per ragioni di parentela, ma perché era il nome che le davano da bambini, quando andavano da lei, senza soldi, con gli occhi puntati sulle caramelle, quelle più colorate. Lei, sorrideva, ne prendeva una manciata e le regalava a ogni bambino. Magari poi arrotondava il conto e ne includeva il costo nella spesa, ma i bambini non lo sapevano e la immaginavano generosa come se fosse una loro zia.

Però generosa lo era davvero, anche adesso che era rimasta vedova. Tutto di lei era invecchiato e appesantito, come è giusto che fosse. Tutto tranne i suoi occhi. Quelli erano sempre vispi, azzurri come la confezione della farina doppio zero, come le diceva un tempo il marito. E con quelli sapeva interrogare e scrutare ogni persona che le capitava tiro.

Gerardo e Gisella entrarono nella bottega, la salutarono con affetto, come ogni volta, e si diressero verso quei generi che pensavano di comprare per Gino.

Maria li osservò, prima con lo sguardo investigativo che hanno i sospettosi, poi con il sorriso di chi pensa di avere svelato un mistero. Uscì lentamente dal suo bancone e apparve alle spalle dei due, come d’improvviso, dicendo: “non prendetemi in giro. Voi non avete mai fatto la spesa insieme e quello che state comprando non serve a voi. Ditemi invece come sta Ginetto. E’ qui con voi?”

I due si guardarono, come se fossero stati scoperti dopo avere commesso una marachella e Giselda ebbe la forza di rispondere guardando la vecchina negli occhi: “sì, sta bene ed è qui con noi. Non è sceso per non creare problemi”

Zia Maria si mise a urlare, come se avesse assistito a una scena scandalosa. E con tutta la voce che aveva in corpo disse: “Ma quali problemi!!! Fatelo entrare subito che lo voglio vedere. E se qualcuno si permette di fare storie nella mia bottega gli do in testa tutte le mazzate che non hanno preso dai loro genitori. Fatelo venire qui, subito!”

Gerardo, come un bambino a cui era stato rimproverato qualcosa, si affrettò fuori dalla bottega e invitò Gino a entrare, dicendo, con tono sfottente: “sei desiderato, in persona!”.

I tre uomini si presentarono davanti alla porta della bottega, con al centro Gino, e la vecchia gli corse incontro con lo sguardo, aspettando che fosse lui a muoversi, come se avesse dovuto scusarsi per avere sospettato di non trovare da lei l’ospitalità che meritava. Anzi, lo rimproverò persino: “vieni qua Ginetto, mica ti sarai montata la testa?”

Alla fine fu lei a muoversi per prima e si ritrovarono tutti e due abbracciati al centro della bottega. Poi guardandolo negli occhi, come se fosse ancora un bambino, con tutta la forza e la dolcezza del suo sguardo gli disse, parlandogli direttamente al cuore “Non fare lo stupido e non preoccuparti di quello che senti o che vedi. Sapessi quante ne ho sentite e ne ho viste io. E poi, ti svelo un segreto: devi sapere che le persone che si agitano e litigano, sono sempre le stesse. Quando erano piccoli litigavano per le caramelle o per un giocattolo, poi sono cresciuti e si sentono grandi perchè hanno cambiato motivo per litigare. E allora litigano per la squadra di calcio o per la politica. Ma la questione è sempre la stessa lite da bambini. In tutti questi anni ho imparato che gli adulti non esistono, siamo tutti bambini invecchiati. C’è chi ha trovato pace e c’è chi è rimasto uguale. E fa tanto ridere vedere queste persone con l’aspetto da adulti e gli occhi da bambini capricciosi, che si offendono, litigano e vanno pure alle mani. Anzi, sai cosa penso? Penso che gli adulti sono solo dei bambini che non accettano di essere rimproverati. Ma i capricci sono sempre quelli.”

Tutti scoppiarono a ridere. Poi la vecchina si allontanò, prese una busta e la riempì di prodotti. Ogni volta che ne prendeva uno si girava per guardare Gino, come se volesse prendere le misure della sua taglia per capire se aveva scelto bene. Quando finì di riempire la busta la mise nelle mani di Gino dicendo, con un sorriso materno: “è vero che siamo tutti bambini, ma nella busta non ti ho messo solo caramelle. Prendilo come regalo. Anzi come incoraggiamento. E dai retta a me: trovati una brava donna che ti faccia compagnia. Tu sei un bravo ragazzo, sei onesto e lavoratore e non hai i grilli per la testa e saprai farla felice”.

Poi rimase in silenzio scrutando lo sguardo imbarazzato di Gino e Giselda. E come fanno gli anziani che sanno giungere a facili conclusioni si allontanò dicendo soltanto: “ecco bravi, fate un po’ voi”.

Li aspettava il parroco e andarono al luogo dell’appuntamento, come promesso.

Entrarono tutti e quattro in sagrestia e trovarono don Piero seduto che sbirciava tra un mucchio di carte. Salutarono il prete che li accolse distrattamente dicendo: “accomodatevi. Finisco di annotare una cosa e sono da voi”.

Rimasero seduti in silenzio in attesa finché il parroco, esaurite le incombenze amministrative, cambiò gli occhiali e alzò la  testa e… lanciò uno sguardo sbigottito accompagnato da un filo di voce: “ma, me lo avete portato qui? Ma siete matti! Ma sapete che cosa fate? Rischiamo che ci arrestano tutti in blocco!”

E concitato rivolse un urlo alla sacrista dicendo “Assunta, chiudi tutto, porte, finestre, persiane. E chiudi anche la porta di comunicazione con la chiesa” e proseguì “Oddio mio che guaio! Ma come vi è venuto in mente?”

Fu Michele a interromperlo dicendo: “caro parroco, se non siamo graditi, possiamo andare via subito. Magari se ci presta degli abiti ci camuffiamo, così non ci riconoscono e non le daranno fastidio. Però, consenta, era da diverso tempo che non venivo in chiesa e avevo un ricordo diverso. Mi aspettavo accoglienza e fratellanza. Ero rimasto lì. Forse mi sono perso qualche puntata. Non se se è cambiato qualcosa nel pensiero cristiano o se è lei che ha cambiato religione”.

“Ma che dici?” aggiunse il parroco “che il Signore ti perdoni per quello che hai detto! La chiesa accoglie da sempre, ma qui si tratta di una questione diversa. Non c’entra la religione…”

Ma Improvvisamente mancò la luce e poiché tutte le persiane erano state chiuse, rimasero tutti al buio domandandosi che cosa fosse successo

 

(segue)

 

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